Seguici... Facebook Twitter Google+ Feed RSS
20 ottobre 2017

Spettacoli

Chiudi

01.09.2017

«L’ordine delle cose»,
i libici e la migrazione

La presentazione con il cast di «L’ordine delle cose»
La presentazione con il cast di «L’ordine delle cose»

Accolto tra le Proiezioni Speciali, transita alla Mostra «L’ordine delle cose», di Andrea Segre, nato a Dolo e cresciuto a Chioggia. Il 40enne regista veneto si è occupato prevalentemente di documentari (Marghera canale nord, Sangue verde, Mare chiuso…) spesso dedicati alla marginalità e ai migranti. Ma dal 2011 realizza anche film di fiction: «Io sono Li», esordio memorabile per il valore mondiale dei protagonisti (Zhao Tao, premio David di DonatellO e Rade Serbedzjia), un divertente trio di amici di contorno (Paolini, Battiston, Citran), la fotografia di Luca Bigazzi. L’aspetto sentimentale non impedisce alla storia di toccare i rapporti multietnici. Anche il secondo film di fiction, «La prima neve», si muove sullo stesso solco. E pure «L’ordine delle cose», ancora una volta scritto da Sagre con Marco Pettenello, si occupa di migrazioni. Con uno specifico focus: i rapporti politico-polizieschi tra Italia e Libia per arginare il flusso migratorio. Al discorso civile si arriva attraverso il vissuto dei singoli. Corrado Rinaldi (Paolo Pierobon), in gioventù schermidore alle olimpiadi, ha fatto carriera in polizia e ora sbriga delicati incarichi speciali assegnati dal ministero. Vive a Tencarola (Padova) in una bella casa di un quartiere residenziale assieme alla moglie Cristina (Valentina Carnelutti) e a due figli che studiano. Metodico, disincantato è inviato dal sottosegretario Grigoletto (Roberto Citran), diffidente e pedante, a trattare con i libici perché in poco tempo blocchino i migranti consentendo rassicuranti statistiche da divulgare (“notiziabili”) sul calo degli sbarchi. Assieme a un funzionario francese e appoggiato da un funzionario in loco (Giuseppe Battiston) Rinaldi vede poco rassicuranti boss di fazioni diverse, promette fondi sostanziosi per centri di raccolta rispettosi, ma i dubbi sono motivati, dei diritti umani. Si muove in modo spregiudicato, efficace. A increspare la sua sicurezza è una ragazza somala, prigioniera di intrallazzatori con i trafficanti, che gli affida un messaggio. Rinaldi è tentato di aiutarla.

Il film soffre di piccoli rallentamenti nell’affrontare una situazione attualissima (e di soluzione improbabile) ma con interpreti encomiabili e qualità elevata delle immagini (la quiete veneta, Roma, Venezia, la Libia ricreata in Sicilia) pone interrogativi fondati sull’ipocrisia strutturale, di singoli e istituzioni, per preservare il più redditizio “ordine delle cose”.

Enzo Pancera
Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento richiede l’utilizzo di un “cookie di dominio” secondo quanto indicato nella Privacy Policy del sito; l’invio del commento costituisce pertanto consenso informato allo scarico del cookie sul terminale utilizzato.

pagine 1 di 1