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14 dicembre 2018

Spettacoli

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29.06.2016

Il film srilankese di Verona
è l’unico italiano a Pesaro

Il regista Suranga Deshapriya Katugampala sul set del suo film
Il regista Suranga Deshapriya Katugampala sul set del suo film

Alla 52a Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, l’unico film italiano in concorso è una produzione veronese firmata dal giovane Suranga Deshapriya Katugampala, uno dei nomi più noti della cinematografia scaligera avendo ricevuto anche una menzione a Venezia due anni fa.

Per un figlio è il titolo di questo film che ha già attirato l’attenzione di grandi distributori italiani e che a Pesaro avrà un battesimo internazionale proprio l’8 luglio prossimo. Chiediamo a Katugampala da dove nasce l’idea del film. «Io sono arrivato giovanissimo a Verona dallo Sri Lanka» ci risponde. «Molte donne cingalesi lasciano la famiglia e i figli per andare all’estero. I primi flussi migratori dallo Sri Lanka verso l’Europa sono avvenuti intorno agli anni 70, verso Italia all’inizio degli anni 90. Parole come colf, badante, immigrazione, integrazione, razzismo ci hanno accompagnati in questo tempo. Chi parte dal proprio paese di origine affronta uno sradicamento socio-culturale, ma si trova anche davanti alla possibilità di un altro radicamento».

«La presenza di donne e uomini cingalesi» continua ha dato vita a monasteri buddhisti cingalesi, luoghi di pratiche religiose e culturali: per non dimenticare le origini e per renderle visibili nel nuovo contesto di vita. E intanto nascono i figli o i figli si ricongiungono alle madri, come capita alla protagonista del mio film».

Il film preme molto su questo aspetto: «Il problema è che i figli crescono in un Paese che iniziano a sentire loro, mentre i genitori lo vivono come un luogo di passaggio» spiega Suranga. «Questo lo dico nel film proprio con il personaggio della madre, Sunita, che non vuole mettere radici in Italia. È diversa dalle altre madri, parla appena l’italiano, forse non vuole impararlo. Non è ignoranza. Sarebbe un segno di appartenenza all’occidente per lei senza valori. La allontanerebbe dalle sue origini, dai suoi principi morali, educativi, da tutti i modi in cui può proteggere suo figlio».

Quello che dice il regista va contro le idee correnti di integrazione: «Certo, dal film puoi capire che io non credo nell'integrazione. È un concetto arretrato, inattuale e irreale. Io sono per costruire i ponti. Ci si incontra in mezzo. Bisogna mettere in comunicazione due o più mondi affinché si parlino, si raccontino, imparando l'un dall'altro, aprendo l'uno all'altro. L'obiettivo è creare dei legami. Reali. Autentici. È a questo che servono i film a provare, raccontando un mondo, a cambiare il nostro».

Girato a Verona, con l’appoggio della comunità srilankese e di molti veronesi, il film è frutto di un lavoro in comunità: «Questo film è una grande opera di composizione. Non solo perché ognuno ha fatto il suo lavoro. Una buona parte del tempo è stata dedicata a mettere insieme quello che tante altre persone hanno offerto, e riunirlo e renderlo fruibile a tutti». Ed ecco che è il suo l’unico film italiano in uno storico festival italiano.

Ugo Brusaporco
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