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17 dicembre 2017

Spettacoli

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03.09.2017

Clooney presidente per scherzo
«Farei il tifo per chiunque altro»

George Clooney sbarca al Festival del cinema di Venezia
George Clooney sbarca al Festival del cinema di Venezia

VENEZIA

«Oggi c’è una nuvola nera sull’America. Tutti nel Paese sono arrabbiati al massimo. Arrabbiati su come il Paese sta andando. Mentre giravamo il film sentivo in televisione discorsi elettorali che parlavano di muri da alzare e di come rendere forti e grandi gli States, proprio come faceva Eisenhower. Queste problematiche purtroppo non sono mai morte negli Usa». Così George Clooney ieri al Lido per il suo film in concorso al Venezia 74, «Suburbicon», con nel cast Matt Damon, Julianne Moore, Noah Jupe e Oscar Isaac. A chi gli chiede poi, a fine incontro stampa, se si candiderebbe alla presidenza, risponde: «Potrebbe essere divertente, farei comunque il tifo per qualsiasi altra persona volesse farlo».

In questa commedia-thriller scritta dai fratelli Coen, Clooney ci porta nel 1959, nel caramellato quartiere di Suburbicon, ispirato al centro di Levittown (Pennsylvania), dove gli americani difendono la loro identità bianca alzando muri. E questo quando arriva una famiglia di colore, i Meyers, che mette in subbuglio tutta la comunità. Ma il vero problema nel quartiere è quello che accade nella famiglia di Gardner Lodge (Matt Damon), impacciato capofamiglia che vive con la moglie paralizzata, Margaret (Julianne Moore), la sorella di lei (ancora la Moore), e il figlio adolescente Nick (il bravissimo Noha Jupe). «Sono cresciuto durante gli anni dei diritti civili, ma il nostro vero peccato originale è la schiavitù», aggiunge Clooney, qui al Lido insieme alla moglie Amal e i gemelli di tre mesi, «Ora continuiamo a guardare nella direzione sbagliata, diamo la colpa alle minoranze, ma queste non hanno nulla a che fare con i nostri problemi. Non a caso ho messo al centro di Suburbicon questa famiglia bianca e folle, per far capire che allora, come oggi, si è guardato nella direzione sbagliata».

Clooney comunque, da sempre impegnato nelle battaglie sui diritti civili, non cita mai direttamente Trump e anzi smentisce, con un certo stile, di parlare davvero del presidente Usa quando gli viene chiesto: «Non è un film su Donald Trump, ma sul fatto che non abbiamo mai affrontato davvero i problemi razziali. Pensate a quello che è successo in Pennsylvania con la bandiera confederata. Non si può mettere su un edificio un simbolo di schiavitù. È un delitto».

D’accordo su tutto Matt Damon: «In questo film si parla del privilegio dei bianchi. Il mio personaggio, ad esempio, attraversa senza troppa paura il quartiere in bicicletta pur essendo pieno di sangue. Non ha paura, perchè sa che se lo dovessero fermare la colpa sarebbe sempre e comunque dei neri. Queste dinamiche negli Usa purtroppo non scompariranno mai».

Julianne Moore invece crede nell’impegno in prima persona .

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