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09 dicembre 2018

Spettacoli

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04.07.2018

Un Cosmo tutto
elettronico: «Faccio
canzoni da ballo»

Il vero nome di Cosmo è Marco Jacopo Bianchi
Il vero nome di Cosmo è Marco Jacopo Bianchi

Un concerto dove la dance elettronica raggiunge il livello della canzone d’autore. La difficile ascesa è merito del talento di Cosmo, voce e mente di un progetto pop cantautorale ben radicato tra i circuiti degli strumenti elettronici. Domani alle 21.30 sarà in concerto ai Bastioni del Vallo Città di Nimes (organizza Fams; biglietti su dnaconcerti.com e Ciaotickets.com), tappa veronese del tour di «Cosmotronic».

Cosmo, ormai anche i cantautori pop fanno musica da ballare, giusto?

Sì, si balla dappertutto. Ai festival trovi chi fa trap, chi fa pop, e tutti ballano. La canzone italiana e l’elettronica sono vicine, e forse io faccio parte di questa torsione. L’importante è far capire che esistono canzoni belle, anche se non sono suonate con piano o chitarra.

Ma quando una canzone è completa?

Quando l’energia è dosata e lascia spazio alle parole. Soffro quando sento canzoni costrette nella struttura strofa-ritornello-ponte-ritornello. Quando un mio brano non respira, lascio andare la musica. Sempre con senso di economia.

In «Cosmotronic» c’è una canzone d’amore, anzi erotica, dedicata alla sua città, Ivrea...

A dire il vero è una metafora per parlare della donna che amo, mia moglie. Ed è lei a cui torno, durante i tour; è lei la mia casa, torno da lei.

Come la musica dei Kraftwerk poteva nascere solo a Düsseldorf, così lei non poteva che venire dalla città della Olivetti...

Sì, fossi nato a Palermo magari avrei fatto un altro tipo di musica. Questo ritmo è del nord, proprio torinese. Ma non so perché sia così.

La sua musica funziona anche all’aperto? Oppure cambia?

Pensavo fosse adatta solo ai club, dove non si può scappare e ogni frequenza te la becchi in faccia. Ma ho notato che anche «outdoor» funziona; ho ricevuto molte soddisfazioni in questo tour estivo.

Lei ha insegnato storia per tre anni in un istituto professionale. Gli alunni erano suoi fan?

Sì, alcuni mi scrivono. Nel 2016 in classe cantavano la mia canzone, «L’ultima festa», e dovevo faticare per farli stare zitti. I ragazzi di oggi? Spesso li vedo risucchiati dagli smartphone - ma poi vedo anche cinquantenni come loro... È una fase di passaggio e molti usano la tecnologia in modo creativo.

Nel brano «Tristran Zarra» lei recita come un mantra «Festival, festival». Ma a Sanremo ci andrebbe?

No, voglio fare un altro percorso. Non è il mio contesto.

Citando Tristran Zara, sarebbe una mossa dada...

Ma all’Ariston qualsiasi cosa fai, diventa Sanremo. Non si può sperimentare. Oppure bisognerebbe fare come Modugno e spaccare tutto. Oggi l’innovazione non passa da lì. Ecco, per fare la rivoluzione il Festival dovrebbe vincerlo Sfera Ebbasta.

E di Calcutta che fa tutto esaurito all’Arena? Che ne pensa?

È un mio amico e sono contento per lui. Un risultato inaspettato. Avrei voluto esserci anch’io. Lui è il Vasco Rossi di questa generazione. •

G.BR.
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