19 febbraio 2019

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Editoriale

22.01.2019

Italia e Francia,
duello sull'Africa

Un incidente dopo l'altro. Negli ultimi mesi l'Italia è tornata ad essere iscritta nel club, davvero poco invidiato, dei Paesi «sorvegliati speciali». Anzi, perfino «rischiosi» o «contagiosi», insomma, quasi da evitare, come si legge nel rapporto diffuso ieri dagli esperti del Fondo Monetario Internazionale, che hanno rivisto al ribasso la nostra crescita economica per il 2019. Più o meno quello che aveva fatto, sabato scorso, la Banca d'Italia, dimezzando le stime inserite dal governo nell'ultima manovra economica e annunciando, di fatto, l'ingresso del Paese nel tunnel della recessione. «Previsioni apocalittiche», si sono subito affrettati a precisare da Palazzo Chigi, lanciando nuovi siluri contro la Banca d'Italia. Non c'è solo l'economia. Perdiamo terreno anche su un altro fronte delicato: quello delle relazioni internazionali. Ieri l'ennesimo caso diplomatico, con le accuse dei Cinquestelle alla Francia di sfruttare le ex colonie dell'Africa per sistemare i propri conti economici. Parole giudicate «ostili» da Parigi, che ha subito convocato il nostro ambasciatore per esprimere tutto il disappunto del presidente Macron. Stesso copione qualche settimana fa, quando c'era stato l'abbraccio fra i pentastellati e il popolo dei «gilet gialli», quello che ha messo a ferro e fuoco la capitale francese con incidenti e arresti. Se a tutto questo aggiungiamo i ripensamenti e le piroette sulla Tav, la linea ad alta velocità Torino-Lione, le incertezze che fino all'ultimo hanno tenuto in bilico il destino della Tap, il gasdotto che collega l'Europa al Mar Caspio, e ancora l'offensiva anti-Bruxelles sul deficit al 2,5%, che ci ha portato ad un passo dall'avvio di una procedura di infrazione, vista dall'estero l'immagine dell'Italia contiene molte ombre e pochissime luci. Tutto questo, naturalmente, non può e non deve significare essere succubi di questo o quel Paese, continuare nel vizio di parlare male di noi stessi soprattutto all'estero o rinunciare a difendere i nostri legittimi interessi, dai migranti all'economia, dall'ambiente alla finanza. Per farlo, però, occorre continuare ad essere autorevoli e difendere uno dei beni più importanti di una Nazione, quello dell'affidabilità. Un patrimonio che si costruisce negli anni ma che può essere distrutto in pochi secondi. Con un effetto su quello «spread della fiducia» che sarà pure meno misurabile del differenziale fra i nostri titoli pubblici e quelli tedeschi, ma che potrebbe avere un costo ancora più salato per l'intero sistema Paese.

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