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20 ottobre 2018

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03.02.2018

Neve e ghiaccio
«Vette di Carega
e Baldo pericolose»

Una veduta del Baldo (foto Mozzo)
Una veduta del Baldo (foto Mozzo)

Neve su ghiaccio. La stagione difficile e talvolta tragica (due vittime, una già lunga serie di incidenti con feriti) dell’escursionismo - alpinismo sulle montagne veronesi cambia nuovamente le carte in tavola. Ma resta inalterato il livello di rischio. 

Le nuove precipitazioni di queste ore si posano infatti su uno strato nevoso già consolidato ma ormai quasi del tutto gelato: una sorta di «scivolo» senza coesione per il nuovo manto che ha coperto le montagne e l’altopiano della Lessinia.

Nei bollettini dell’Arpav (Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale) il pericolo legato alle valanghe è segnalato per Prealpi e Dolomiti tra «moderato» e «marcato» (livelli due e tre) nelle prossime ore.

 

«La situazione meteo tutt'altro che stabile prevista per il fine settimana rende le zone sommitali e più impervie del monte Baldo, oltre i 1800-1900 metri di altitudine, sconsigliabili in questo fine settimana anche ai frequentatori più esperti ed equipaggiati», mette in chiaro Alessandro Tenca, gestore del rifugio del Cai «Barana al Telegrafo» e soccorritore alpino della stazione veronese. Il medesimo avviso di pericolo, legato anche alla presenza di accumuli di neve spostati dal vento, vale anche per il gruppo del Carega.

 

 

 

«La sfortuna esiste ma è molto meno frequente di quanto si pensi», osserva Antonio Guerreschi, direttore della Scuola intersezionale di escursionismo del Cai veronese. «Troppe scivolate, anche fatali, in questa stagione e quante altre, definibili “innocue“, non sono salite agli onori delle cronache. Ma le statistiche parlano ed è questa latipologia di incidente più frequente, soprattutto in inverno. Il medesimo ragionamento vale per le valanghe: passare indenni, senza conoscere, non è un sigillo di bravura ma solo fortuna. Oggi va bene, domani chissà... I risultati, purtroppo visibili, stanno nel numero di interventi da parte del Soccorso Alpino».

«La conoscenza consapevole della montagna è una necessità, la possibilità di frequentare corsi di preparazione esiste e il tornare indietro o rinunciare», aggiunge, «non è segno di “vigliaccheria“ ma di saggezza. L’attrezzatura conta e fa la differenza: non vanno imitati i “superatleti“, né il loro modo di vivere la montagna, assai differente da quello della gran parte di noi».

 

Roberto Morandi, capo della stazione scaligera del Corpo nazionale di Soccorso alpino del Cai, ha ben chiaro l’impegno della squadra negli ultimi due mesi: una serie quasi ininterrotta di interventi, dai più banali (perdita di orientamento) alle tragedie causate dal ghiaccio e dalle attrezzature non adeguate. «In ambiente innevato si va con scarponi a collo alto e suola rigida, non con le pedule a suola morbida o scarpe basse da trekking estivo», ripete per l’ennesima volta. «

Sui pendii di neve dura o ghiacciata sono indispensabili i ramponi a dodici punte, quelli che si usano su ghiacciaio: assolutamente da evitare i modelli cosiddetti “a catenelle“, buoni soltanto per il passeggio in piano. Altrettanto necessaria e complementare la picozza, che sui tratti ripidi va tenuta in mano per bloccare un’eventuale scivolata». Nello zaino, nelle giornate corte d’inverno, devono sempre trovare posto anche, spiegano i soccorritori, una lampada frontale e un telo termico: poche decine di grammi cui molti devono la vita. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Paolo Mozzo
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