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22 gennaio 2018

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24.12.2017

Ah, non cade più la neve d’una volta Non sempre è così

L’Arena segue i giorni frenetici del gennaio 1985 Non inganni il bianco e nero, questa è una nevicata del primo gennaio 1997 del fotografo de L’Arena Malagutti
L’Arena segue i giorni frenetici del gennaio 1985 Non inganni il bianco e nero, questa è una nevicata del primo gennaio 1997 del fotografo de L’Arena Malagutti

Maria Vittoria Adami «Non ci sono più i nebbioni, le nevicate, i freddi di una volta». Lo sentiamo dire ogni giorno. Bufere e temperature siberiane sono in effetti fenomeni rari, eppure, inverni da record hanno congelato Verona e provincia anche in tempi non troppo inoltrati nel Novecento, dagli anni Settanta ai Novanta, passando per gli Ottanta che detengono un primato. È di 32 anni fa l’annata bianca di metà gennaio 1985 anticipata, tra l’altro, da fenomeni atmosferici come quelli che abbiamo vissuto in queste settimane: molti giorni con temperature sotto lo zero e qualche nevicata anticipatrice. Il 15 gennaio 1985 Verona si sveglia nel «giorno più bianco», come titola L’Arena. Dopo un’ondata di gelo (si è arrivati a -10,1 gradi) e una prima nevicata, ne è seguita una seconda che se in città invita a prendere gli sci per uscire in piazza Bra (memorabili le foto Malagutti cui si aggiungono quelle dei leoni dello zoo sulla coltre bianca), in provincia ha effetti devastanti. Una Waterloo, la definisce L’Arena che da Arcole scrive: «Napoleone, il grande corso, che qui fu di casa, dopo questa nevicata si sarebbe trovato di fronte a una nuova ritirata di Russia». Ma nella tormenta finisce soprattutto la Bassa Veronese dove cadono dai 60 agli 80 centimetri di neve. BELLAVITE SPIEGA Che è successo? Lo spiega il meteorologo Emilio Bellavite sulle pagine de L’Arena di allora «Era nelle previsioni che la straordinaria ondata di gelo si concludesse con una grossa nevicata». La perturbazione si è formata sul golfo ligure: l’aria siberiana ha generato una depressione richiamando a sud aria più tiepida e molto umida e lo «scontro tra queste masse di opposta origine è avvenuto proprio sui cieli della Valpadana». PANE E CANDELE A RUBA Seguono giorni di disagio per chi viaggia, tra treni in ritardo e autobus e veicoli bloccati nel traffico sotto la tormenta: a Bovolone gli automobilisti sommersi dalla neve vengono liberati dall’Aci e dai pompieri. L’aeroporto di Villafranca interrompe i voli (e nella cittadina gela pure il fiume Tione, che si è congelato anche l’anno scorso). Non se la passa meglio chi resta a casa. A Mozzecane saltano le condutture dell’acqua. Nella Bassa manca la luce. A Legnago l’Enel stacca i telefoni per le eccessive chiamate dei cittadini. Mentre a Malcesine i dipendenti comunali fanno i turni per rispondere alle loro richieste. A Isola Rizza c’è la corsa per comprare candele e lumini da cimitero che esauriscono nei negozi. E c’è l’emergenza Pane: non si trova a Casaleone e a Minerbe. A Belfiore la mancanza d’acqua blocca il panificio. A Colognola finisce invece il sale. LA GIOIA DI BAMBINI E MONTAGNA Le condotte di acqua e gas fuori uso congelano le case. A Terrazzo il medico chiude l’ambulatorio: non può far spogliare i pazienti al freddo. Ma anche edifici pubblici e scuole si fermano per giorni da Legnago alla Lessinia, per la gioia dei ragazzini che corrono in strada per le battaglie a palle di neve. Preparata è invece la montagna che apre la stagione con 25 centimetri a Branchetto. La neve arriverà anche a 110 centimetri assicurando la stagione sciistica fino a Pasqua. Diverse contrade, però, sono isolate e battute da raffiche di vento a 120 chilometri orari che issano pareti di neve alte cinque metri. Bolca sarà liberata dopo giorni e si impiegheranno sei ore per raggiungere un uomo ferito a Velo. CORRIERE ISOLATE DALLO SPAZZANEVE I mezzi spazzaneve ingaggiano una lotta contro i mulini a vento. E non mancano i disguidi: la stazione delle corriere di Legnago è chiusa da un muro di neve issato dallo spazzaneve che sgombera viale dei Tigli, ostruendo gli accessi. SEMAFORO IMPAZZITO Sempre a Legnago un semaforo funziona a casaccio. È quello dell’ospedale che viene spento per evitare disastri. A Cerea, invece, Remo Baldo lotta contro il peso della neve sul tetto del suo allevamento dove ci sono 11mila pulcini di faraone. LA CONTA DEI DANNI Passata la buriana, infatti, la conta dei danni la farà soprattutto l’agricoltura, per miliardi di lire. Sono migliaia le perdite tra polli, maiali e tacchini e centinaia i capannoni agricoli e di allevamento che hanno ceduto sotto il peso della neve. Gelati i vigneti. •

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