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16 ottobre 2018

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21.09.2018

Caos manovra, Tria: «No aumenti dell’Iva»

Giovanni Tria, ministro dell’Economia e delle finanze
Giovanni Tria, ministro dell’Economia e delle finanze

ROMA Il ministro dell’Economia Giovanni Tria prova a rassicurare tutti: stoppa l’aumento dell’Iva, così come invocato da Matteo Salvini e Luigi di Maio, e al contempo ribadisce che nella manovra ci sarà spazio per gli interventi messi nero su bianco nel contratto di governo anche se saranno introdotti inevitabilmente con gradualità per salvaguardare il necessario equilibrio dei conti. E l’impegno a mantenere la barra dritta sarebbe stato confermato dal titolare del Tesoro, ma anche dal premier Giuseppe Conte, proprio in questi giorni al presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel corso di alcuni colloqui telefonici. Il ministro dell’Economia sceglie il Parlamento per spendere parole di mediazione sui vari fronti aperti in vista della presentazione della legge di bilancio: è infatti rispondendo ad alcuni senatori che si affretta a spiegare di avere tutte le intenzioni di rispettare il contratto di governo, dalla sterilizzazione degli aumenti dell’imposta sul valore aggiunto all’introduzione del reddito e della pensione di cittadinanza senza dimenticare la pace fiscale che, precisa, «non significa varare un nuovo condono», ma piuttosto vuol dire disegnare un «fisco amico». Ma nei fatti ogni giorno gli alleati di maggioranza si trovano a incrociare le armi ora fra di loro, ora con il responsabile dell’Economia come dimostra anche l’ultimo scontro sull’incremento dell’Iva che per essere neutralizzato richiede un importante investimento (10-12 miliardi di euro). Che l’ipotesi di non neutralizzarla, magari parzialmente, sia stata per qualche giorno sul tavolo dei tecnici viene confermato in mattinata anche dal viceministro del Tesoro e leghista Massimo Garavaglia che però poi smentisce. Fatto sta che la strada, che non è mai dispiaciuta allo stesso Tria e su cui forse anche il premier Conte sarebbe stato disponibile a ragionare pur di trovare qualche fonte di copertura, viene sbarrata all’unisono dalla coppia di vicepremier Salvini-Di Maio e nel giro di qualche ora viene ufficialmente bloccata. Per un fronte che sembra chiudersi, uno si apre e proprio di questo dovranno discutere oggi gli alleati in un nuovo vertice di maggioranza. La nuova riunione, convocata al termine di un incontro fra Salvini e i suoi dovrà cercare di rispondere a una lunga serie di domande: la Lega infatti delinea ogni giorno che passa sempre di più il profilo delle misure su cui vuole mettere la propria firma (riforma Fornero, pace contributiva e fiscale, flat tax per aziende e partite Iva) ma allo stesso tempo fissa anche i paletti per quanto riguarda quelle che dovrebbero essere targate M5S. L’atteggiamento dell’alleato leghista provoca irritazione da parte degli alleati, che tornano sulla possibilità di portare il rapporto tra deficit e pil al 2% per voce dello stesso Di Maio. E l’eco dell’infuocato dibattito su quanto aumentare il deficit italiano arriva fino a Bruxelles. Finora le rassicurazioni del ministro dell’Economia hanno tenuto il dialogo aperto su un negoziato pragmatico che potesse soddisfare entrambe le parti: la richiesta di correzione dei conti della Ue, già rivista al minimo, e l’esigenza del governo di fare una manovra espansiva che trovi risorse per tutti i provvedimenti del contratto. Un negoziato che parte da un dato, riassunto nella «linea Tria»: portare il deficit nominale non oltre l’1,6%, e puntare a non far peggiorare il saldo strutturale. Ma ora che aumenta la pressione sul ministro, e si moltiplicano le richieste di arrivare al 2% e oltre, la Commissione Ue, in attesa di vedere i numeri messi nero su bianco, si prepara all’eventualità di un confronto più difficile e dall’esito imprevedibile. I tecnici non negano che avrebbero preferito un’evoluzione su un terreno che avevano preparato già mesi fa, proprio in vista del nuovo governo. Già a maggio scorso, infatti, la Commissione aveva promosso i conti 2017 e rinviato il giudizio definitivo su quelli 2018 alla primavera 2019. Un modo per non commissariare il governo, ma ricordandogli che la manovra 2019 doveva rispettare alcuni paletti. In particolare la riduzione del debito pubblico, che passa per la riduzione del deficit strutturale. Tria aveva raccolto il messaggio fin dal suo insediamento, e tirato però una linea rossa: l’Italia non farà aggiustamenti troppo rigidi che comprometterebbero la crescita. A Vienna, i commissari Dombrovskis e Moscovici avevano già «ceduto» sulle regole che chiedono una correzione di 0,3% per il 2018 e 0,6% per l’anno prossimo, proponendo a Tria uno sforzo minimo di 0,1%. •

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