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23.02.2010

Gli artigiani: «Ci manca il fiato
e senza ripresa spariremo»

Guerra, Albini, Dal Moro, Fogliardi, Bonfrisco, Garavaglia e Montagnoli ieri all’incontro FOTO MARCHIORI
Guerra, Albini, Dal Moro, Fogliardi, Bonfrisco, Garavaglia e Montagnoli ieri all’incontro FOTO MARCHIORI

Verona. Agli artigiani inizia a mancare l'ossigeno, sempre più rarefatto. Il saldo negativo -638 tra imprese avviate e cessate tra 2008 e 2009 è uno dei segnali che la crisi c'è ancora e morde, più dell'anno scorso. L'artigianato, da sempre in Italia camera di compensazione nei momenti di crisi sta grattando con le unghie il fondo del barile, «se la ripresa non arriva entro pochi mesi ci saranno altre chiusure. Ora ci manca proprio il fiato e quando ci saremo mangiati tutto, rimarrà solo la piazza», ha affermato Ferdinando Albini, presidente di Confartigianato Verona e vicepresidente della Camera di Commercio, all'incontro con i parlamentari veronesi, arrivati in corso Porta Nuova dopo l'incontro con i lavoratori della Glaxo.
Alla faccia delle rassicurazioni sulla ripresa in corso, sono le associazioni degli artigiani veronesi (Confartigianato con Albini, Cna con Vandino Guerra e Casartigiani con Pasquale Vaia) a dire che non vedono segni di ripresa diffusa e a lanciare il grido di dolore. Grido sommesso, si passi la contraddizione che cerca di chiarire la dignità con cui i tre presidenti hanno tratteggiato il quadro: «C'è poco lavoro e il portafogli è vuoto», ha dichiarato Vaia. «Non chiediamo aiuto alle banche, ma di essere ascoltati e capiti», ha precisato Guerra. «Le piccole imprese, pur di non licenziare si stanno mangiando il capitale e se va avanti così l'artigianato rischia di diventare un ricordo» senza artigiani e senza dipendenti.
Ai parlamentari, (Gian Pietro Dal Moro, Giampaolo Fogliardi e Mariapia Garavaglia, del Pd; Anna Cinzia Bonfrisco, Pdl; Matteo Bragantini e Alessandro Montagnoli, Lega) gli artigiani hanno presentato un documento congiunto che riassume richieste antiche, ma ora fondamentali, per trovare la maniera che le amministrazioni pubbliche paghino in tempi decorosi per i lavori fatti e non dopo 180 o 360 giorni, che le banche prestino i soldi alle imprese a un giusto tasso, visto che i confidi arrivano a garantire fino al 70%, che il fisco non si accanisca con gli studi di settore e consenta alle imprese in difficoltà ma con prospettive, di pagare gli stipendi, dilazionando i versamenti dei contributi; che non si finanzino opere faraoniche (è stato citato il ponte sullo Stetto di Messina), ma che si spalmino i fondi sul territorio.
Dagli interventi dei parlamentari, oltre al gioco delle parti tra maggioranza e opposizione, sono emerse alcune proposte: dalla moratoria di un anno sull'applicazione degli studi di settore allo sblocco del patto di stabilità per i Comuni all'aggiornamento di Artigiancassa, (privatizzata nel 1994, nel 1996 nel Gruppo Bnl e dal 2006, con Bnl, nel Gruppo Bnp Paribas), al coinvolgimento della Cassa depositi e prestiti affinché possa finanziare gli enti virtuosi.
Dietro, nemmeno tanto, a tutti gli interventi, c'era comunque il convitato assente: la banca, accusata di «comportarsi male e di aver paura di dare liquidità» da Bragantini, ma non solo da Bragantini.
Gianfranco Castellani, segretario della Cna ha parlato della «necessità di tornare indietro, alla produzione di beni e servizi, dopo 30 anni di creazione di ricchezza virtuale» mentre nelle banche «ricominciano a girare prodotti finanziari», che poco o nulla hanno a che fare con chi produce.
Tra le proposte, quella di Montagnoli, che ha invitato i colleghi parlamentari a «fare sistema» a prescindere dal colore politico, per portare in Parlamento le istanze degli artigiani veronesi e del Veneto, e quella della Bonfrisco: un tavolo sul credito, da riunire a cadenza mensile, il primo lunedì del mese, «in cui siano convocati il prefetto, le banche, prime fra tutte Banco Popolare e Unicredit, per esaminare la situazione del credito e le difficoltà di fronte alle quali si trovano le imprese artigiane».

Giovanni D’Alessio
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