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26.01.2014

«Da vent'anni ricerco tracce e spoglie dei deportati italiani»

Roberto Zamboni
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Per lui è una missione. Roberto Zamboni, artigiano di Montorio, è riuscito a rintracciare le spoglie di oltre 500 deportati italiani, morti all'estero durante la seconda guerra mondiale. Un lavoro immane, e totalmente volontario, che ha fruttato ad altrettante famiglie la conoscenza sul preciso luogo di morte e di sepoltura del loro congiunto, fino ad allora dato per disperso.
Alcuni defunti, come lo stesso zio di Zamboni, deceduto a Flossenbürg nel 1945, hanno così potuto far ritorno in patria almeno da morti, e riposare nei cimiteri dei loro paesi d'origine accanto ai propri cari.
Ieri pomeriggio, Zamboni ha riassunto l'esito dei suoi 20 anni di ricerca all'Istituto per la Resistenza e l'età contemporanea. Ma il lavoro non è finito: ottenuto finalmente dal Ministero della Difesa l'elenco completo dei dispersi italiani, si è scoperto che ammontano a 16mila. I veronesi sono 334, alcuni già rintracciati da Zamboni, che si è preoccupato pure di avvisare i discendenti.
«Nel 1994, cominciai a ricostruire gli ultimi mesi di vita di mio zio Luciano, deportato politico in Germania», spiega Zamboni. «Scoprii che era morto a Flossenbürg il 4 maggio 1945, pochi giorni dopo la liberazione del campo, e lì era stato sepolto. Mi interessai per riportare le sue spoglie a Verona. Ora riposa al cimitero di Montorio».
E aggiunge: «Ma avevo saputo pure che, oltre a mio zio, lì erano seppelliti altri tre italiani. Mi venne spontaneo avvisare le famiglie, all'oscuro di tutto. Per loro, fu un sollievo da un antico dolore sapere dove ritrovare le spoglie di genitori, nonni, parenti dispersi».
Zamboni ha continuato la sua opera, passando in rassegna i cimiteri militari e civili di Berlino, Amburgo, Francoforte sul Meno, Monaco di Baviera, Mauthausen e Varsavia. Sta compilando liste regionali di deportati italiani i cui resti sono stati ritrovati all'estero. «Ho già l'elenco veneto e sardo da inoltrare alle amministrazioni civiche e, di conseguenza, alle famiglie», conclude Zamboni. «Per me, è una missione».L.CO.

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