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22 gennaio 2018

Cultura

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08.09.2010

Supertramp: successi, nostalgia e rimpianti

I Supertramp schierati al completo sul palcoscenico dell’Arena in un momento del concerto di ieri sera
I Supertramp schierati al completo sul palcoscenico dell’Arena in un momento del concerto di ieri sera

«Siamo contenti di suonare per la prima volta in Arena, un luogo bellissimo che è vecchio quasi come noi Supertramp».
Conosce il valore dell'ironia, questo gruppo inglese (ma con diversi americani in «squadra») che ieri in anfiteatro ha tenuto la prima data del tour 70-10 All the hits and more, davanti a un pubblico di ottomila fan appassionati.
Ideato da Rick Davies, unico superstite con il saxofonista John Helliwell e il batterista Bob Siebenberg della formazione classica, il tour è arrivato in Europa in coincidenza coi concerti dell'ex Supertramp, Roger Hodgson, in possesso del caratteristico falsetto che contraddistingue la parte più famosa del loro catalogo. E visto che la scaletta di ieri per oltre metà era la stessa del disco doppio Paris del 1980, è stato impossibile non fare un paragone, chiedendosi cosa sarebbero stati i Supertramp del quarantennale con Hodgson insieme agli altri.
Questo sul lato dei rimpianti, ben giustificati dalla resa vocale non eccelsa di brani come The logical song, Dreamer, Give a little bit, Take the log way home... insomma, gli hit (a questo punto si può dire) immortali della band di Breakfast in America.
Detto questo, i Supertramp andrebbero ribattezzati, magari con un «2» a fianco del nome, tanto per non confondersi. In questo modo la nostalgia non subentrerebbe al rimpianto e si potrebbero godere in santa pace brani come Goodbye stranger (sistemata in maniera strategica alla fine del set, prima dei bis), From now on (con una parte centrale stile Morricone western), Bloody well right (con gli stacchi esplosivi dei fiati e delle tastiere), Rudy (pop progressivo, molto elaborato) e Ain't nobody but me.
Nei momenti migliori sembravano una band del Sud degli Stati Uniti con la passione per il prog inglese, oppure un gruppo art-rock britannico che provasse a suonare il soul di New Orleans. Con la loro perizia strumentale, non sbaglierebbero una nota neanche se volessero.
E per una sera sono pure fortunati. La pioggia che inizia verso le 20 si calma dopo una trentina di minuti di concerto, lasciando il pubblico intirizzito, ma in fin dei conti più infastidito che bagnato. E non riprende a piovere nemmeno durante la (infausta, per una sera) It's raining again. E si potrebbe spiegare con la serata fredda e la pioggerella insistente il silenzio del pubblico durante i brani. In realtà si trattava di attenzione, qualcosa che ormai manca ai concerti con un pubblico under 30.
Assente il brusio, l'armeggiare coi telefonini e le telecamere, il continuo via via degli happening riservati ai giovanissimi, si è potuto così ascoltare uno spettacolo live all'aperto come si fosse a teatro. In molti hanno cominciato a cantare, con moderazione però, solo da The logical song in poi, cioè a fine della serata, prima dei bis di School, Dreamer e Crime of the century.
Un concerto nostalgico, dunque, anche nell'approccio del pubblico, troppo adulto per urlare e saltare; troppo smaliziato forse per uscire soddisfatto al cento per cento.G.BR.

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