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14 dicembre 2018

Cultura

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24.10.2012

Sbibu e Gonzales senza fine dal free jazz ai canti mongoli

Sbibu e Guillermo Gonzales, ovvero i Mugen FOTO TOSCANI
Sbibu e Guillermo Gonzales, ovvero i Mugen FOTO TOSCANI

Un nuovo progetto per il cantante e pianista Guillermo Gonzales e per il batterista Sbibu. «Abbiamo inciso un cd a nome Mugen, che in giapponese significa "senza fine"», ci spiegano i due musicisti, già al lavoro insieme come Cortazar. «Abbiamo registrato un disco ma dal vivo, come all'Osteria Panevino di Pedemonte di Valpolicella, abbiamo improvvisato tutto». La scaletta, con indicazioni quali «inizia la batteria, solo piano a caduta, surprise, tablas», è indice di questo approccio: melodie brevi, linguaggio ritmico aperto a suggestioni geografiche disparate e utilizzo di diverse lingue. Sono improvvisazioni che inseguono qualcosa che non ha fine, come un mantra senza conclusione. «Il disco», spiegano ancora i Mugen, «è stato realizzato con pianoforte e percussioni. Poi c'è venuto voglia di fare qualcosa di più, sperimentando con la voce. Nel frattempo abbiamo iniziato a collaborare anche all'altro nostro progetto, Cortazar, e ci siamo trovati a incontrarci anche nei Kingdom, il trio costituito con il trombettista Zeno Fatti che ha debuttato nei giorni scorsi». Se a questi incroci aggiungete anche il duo di Zeno con Sbibu, i Minor Angels, che ha partecipato in estate a Verona Jazz, capirete quali connessioni mentali regolino i brani eterei dei Mugen. «Le atmosfere dei "Senza fine"», stavolta è il vocalist Guillermo a parlare, «hanno riferimenti culturali diversi e tra loro contrastanti. L'idea è utilizzare canti etnici per trasformarne l'impatto, seguendo le percussioni di Sbibu. Se utilizza le tablas indiane, io interpreto un canto ebraico; se lui inizia con percussioni di sapore mediorientale o birmane, io interpreto versi in giapponese. Sì, nei Mugen vi capiterà di ascoltare parole in lingue specifiche: giapponese, portoghese, ebraico e inglese. Le tematiche sono mistico-religiose, trascendentali e spirituali. Nel disco di prossima uscita i titoli, però, saranno in giapponese. Ma dal vivo non riusciamo a riprodurre esattamente quello che abbiamo inciso. Con la voce utilizzo tecniche come il canto mongolo. Certo, non sono Demetrio Stratos ma provo a fare qualcosa di particolare».

Giulio Brusati
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