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23 aprile 2018

Cultura

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14.11.2017

Il convento secondo Fra’ Ignazio
Reportage tra la pittura e lo spirito

Una delle opere di Fra’ Ignazio Damini, il «pittore di Dio»
Una delle opere di Fra’ Ignazio Damini, il «pittore di Dio»

Per un toccante ricordo a Fra’ Ignazio Damini (San Giovanni Ilarione 1939, San Francesco delle Vigne-Venezia 2013), la Società Belle Arti Verona espone fino al 21 novembre, nella chiesa di San Pietro in Monastero di via Garibaldi,3, alcune opere in cui realtà e poesia convivono.

Vestito il saio, il frate fu incoraggiato da un suo confratello a dedicarsi alla pittura. Espose in numerose mostre in Italia ed anche negli Stati Uniti. Nel 1965 è accolto a San Bernardino. Con la sua mostra in città conquista i veronesi.

Un articolo su «L’Arena» del 20 dicembre 2013 titolava «È morto il pittore di Dio, Fra’ Ignazio Damini». La pittura, delicata e trasognate, raggiunge momenti di grande lirismo per i colori e per l’audacia della prospettiva. Sulle tele, le figure dei confratelli nelle situazioni più umane e naturali: coinvolte nei temporali, nel suonare le campane, nello spazzare il convento, comunque quasi sempre abbinando i frati in coppia. Forse a significare che in compagnia è meno difficile il cammino della fede. La natura è regina con i suoi alberi, i corsi d’acqua, le cascate, le volubili nuvole, i cieli sereni o tempestosi colti al mattino o al tramonto. A volte appaiono casolari, piccole chiese di campagna, scalinate verso l’infinto. Spesso, motivo conduttore, l’ombrello. A volte chiuso, a volte spalancato, a volte nel procinto di volare via verso il Paradiso, forse trascinando l’anima dei bravi frati. Il tocco veloce e sicuro ha un impasto cromatico di cultura macchiaiola, aperto alla luce atmosferica impressionista.

Prosegue intanto fino al 2 dicembre alla galleria Incorniciarte di via Brigata Regina 27/a, a San Massimo, la mostra di Luciano Tumiet. L’artista presenta prevalentemente opere in acrilico e in tecnica mista su tela o su compensato facendo affiorare la sua vena luminosa e multiforme. La padronanza del segno e del colore conferisce alla geometria un incanto enigmatico in cui le cromie sembrano scandire le tappe dei secoli. L’oro bizantino, il grigio e il nero del Medioevo, il verde delle speranze risorgimentali, l’azzurro dei desideri della nuova Italia, il rosso della sanguinosa contemporaneità.

Tumiet compone i suoi lavori con numerose tessere che ricordano i mosaici o le vetrate delle grandi cattedrali. Nella linearità delle forme, si nasconde un intreccio di sensazioni e di aspirazioni verso la bellezza. E’ tutto un mondo di relazioni, saturazioni e forze ancestrali per rendere visibile lo spazio cromatico in equilibrio fra la configurazione errante e un immaginoso astrattismo.

Il linguaggio del colore, sempre vivace e squillante, ha ritmi musicali e allude a stratificazioni di più superfici sovrapposte come a sfogliare un libro di rebus. Perché ogni opera sembra una interrogazione nella scacchiera della vita, dei sogni, degli incontri.

In mostra anche lampade che riprendono le geometrie dei quadri e che, con la luce, sembrano dilatare il disegno sulle pareti. Inoltre, la scultura di un toro, molto realistica e di un cavallo stilizzato. Una testimonianza di come l’artista sappia, con maestria, realizzare dipinti e forme plastiche.

Vera Meneguzzo
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