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12 novembre 2018

Cultura

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17.08.2009

Monumentale «Tosca» nel segno di Hugo De Ana

L’imponente scenografia di «Tosca» per la regia di Hugo De Ana nella scena  del Te Deum. FOTO BRENZONI
L’imponente scenografia di «Tosca» per la regia di Hugo De Ana nella scena del Te Deum. FOTO BRENZONI

Quando lo spettatore sente parlare per la prima volta di Scarpia - atto I, scena VI - capisce subito, anche se non lo ha ancora visto, che si tratta del vero, assoluto protagonista di [FIRMA]Tosca. È Cavaradossi a descriverlo, con versi memorabili: "Bigotto satiro che affina / colle devote pratiche / la foia libertina / e strumento al lascivo talento / fa il confessore e il boia!". Ecco già squadernato il nucleo drammaturgico del capolavoro "noir" di Puccini: brama di sesso e ipocrita devozione sul piano personale, potere (di vita e di morte) e Chiesa alleati contro il vento impetuoso della storia, che soffia dalla Francia napoleonica, sul piano generale. Mentre l'inquietante motivo ricorrente di Scarpia (semplice prodigio di armonia) si annida ovunque, gli eventi della fatale giornata-nottata nella Roma del giugno 1800 si avvitano inesorabilmente su queste pulsioni nella cornice di uno storico sfacelo. Non sopravviverà nessuno.
Nel mettere mano alla sua Tosca per l'Arena, tornata l'altra sera nell'anfiteatro dopo il debutto del 2006 e la ripresa dell'anno scorso, il regista (e come sempre scenografo e costumista) Hugo de Ana punta su alcuni simboli forti, monumentali. La scena è dominata dalla testa kolossal dell'angelo della fortezza romana dove tutto si conclude; le braccia della statua, una che impugna l'immensa spada, incorniciano lo spazio dell'azione; dietro, una sorta di parete spoglia e scura chiude la vista sulle gradinate posteriori e con un sistema di paratie sollevabili offre piccoli squarci di interni lontani (palazzo Farnese, la prigione). Ai lati del proscenio, due nidi di artiglieria contestualizzano il momento storico di sanguinose battaglie ma servono anche a capire quale sia il pensiero del regista: al momento del Te Deum (fine primo atto, culmine delle "devote pratiche" nutrite di "foia libertina") il fumo delle cannonate e quello dell'incenso si confondono, mentre la sfilata dei celebranti in pompa magna diventa una marcia di zombie, di orribili mummie.
Un simile lettura teatrale di Tosca non si limita a sottolineare il lato da "grand-guignol" di veristica asprezza che peraltro è una delle cifre stilistiche dell'opera. Né focalizza senza ulteriore riflessione il sentimentalismo che il compositore - sapiente nel soddisfare i desideri del suo pubblico avido di forti passioni - sparge con mano infallibile. Qui Puccini s'inoltra negli abissi dell'umano "cuore di tenebra", andando a toccare con decadentistica morbosità i complessi quanto inconfessabili istinti al confine tra eros e morte, e de Ana lo segue in uno spettacolo a suo modo ossessivo, oscuro, scarnificato nel rapporto fra i tre protagonisti: la cornice è monumento, il nucleo di ciò che accade è sadismo psicologico e fisico, depravazione e disperazione.
Tutto questo nell'idea del regista, come la memoria delle due precedenti edizioni corrobora. Nella realtà, lo spettacolo che ha debuttato l'altra sera in Arena, ultimo ad andare in scena nel festival di quest'estate, ha forse patito una preparazione non ottimale (sempre possibile se le prove devono essere inserite in un calendario affollatissimo) ma è risultato in ogni caso - al di là degli effetti - tendenzialmente generico e manierato, semplificato nella routine di peggior specie, quella che tende a banalizzare i gesti e i movimenti svuotandoli di senso.
Per "rivitalizzare" l'allestimento sarebbe anche stata necessaria una resa musicale di ben altro rilievo. Invece, il direttore Pier Giorgio Morandi ha scelto la strada mediana che non porta da nessuna parte: spesso allentati i tempi, smunto l'empito sentimentale, pallida la tragicità, generici i colori. Non c'è ricchezza sinfonica, in questa esecuzione, non morbosa dolcezza e neppure autentica forza drammatica. Né vale la pena di parlare dei particolari (ma sono sempre particolari rivelatori, in Puccini) se non per dire che la messa a punto degli interventi musicali fuori scena (campane al primo e terz'atto, coro al secondo) è sembrata quasi sempre sregolata nei volumi sonori e nelle dinamiche, a tratti perfino un imbarazzante "corpo estraneo".
In un simile contesto, il debutto areniano di Oksana Dyka, trentunenne soprano ucraino lirico-drammatico di notevoli potenzialità e belle speranze, è inevitabilmente diventato una prova tutta in salita, nella quale l'ottima qualità della voce non ha potuto fare miracoli per la superficialità dell'interpretazione scenica - tutta fremiti e soprassalti - e la genericità della linea di canto. Questa Tosca ancora molto acerba era circondata da due cantanti espertissimi come Marcello Giordani e Ruggero Raimondi. Il primo ha risolto Cavaradossi in propensione veristica, con fraseggio teso, spinta non esente da forzature in zona acuta, ma colore appropriato e qualche apprezzabile sfumatura dinamica nella sua celeberrima "E lucevan le stelle".
Il secondo ha proposto uno Scarpia dalla sapiente presenza scenica ma dalla vocalità di intermittente efficacia, talvolta non abbastanza corposa e sovrastata dall'orchestra, spesso incline a un declamato molto teatrale ma non altrettanto musicale.
Serata poco felice anche per i comprimari, con Roberto Abbondanza sagrestano di scarso smalto, Alessandro Spina ruvido Angelotti, Carlo Bosi e Paolo Orecchia sbirri senza incisiva perfidia.
In un'Arena calda e umida, con vuoti di pubblico molto evidenti in platea e nella prima gradinata, accoglienze cordiali per tutti. Si replica il 19, 22, 26 e 29 agosto.

Cesare Galla
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