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18 ottobre 2018

Cultura

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30.09.2010

Mahler e Strauss. La musica tedesca fra crisi e congedo

Il direttore d’orchestra Christian Zacharias e il soprano Solveig Kringelborn al Teatro Filarmonico FOTOSERVIZIO BRENZONI
Il direttore d’orchestra Christian Zacharias e il soprano Solveig Kringelborn al Teatro Filarmonico FOTOSERVIZIO BRENZONI

Tra la fine dell'Ottocento e il primo decennio del Novecento, quando erano nel pieno della loro carriera, entrambi compositori e straordinari direttori d'orchestra, difficilmente avrebbero immaginato che le loro musiche potessero essere eseguite nella stessa serata. Mahler e Richard Strauss erano il grande inattuale e il grande attuale: personalità cruciali nella storia culturale del nostro tempo, "padrini" di due idee confliggenti di modernità, segnati da destini molto diversi non solo nell'arte (difficile e largamente incompresa quella del prima, ben nota e apprezzata quella del secondo), ma anche nella vita.
Mahler sarebbe morto prima che si scatenasse la Grande Guerra, Strauss sarebbe diventato il gran vegliardo della musica europea, testimone desolato dell'immane sfacelo del secondo conflitto mondiale, non senza essere accusato di compromissioni vere o presunte con il nazismo, che avrebbero reso amari e difficili i suoi ultimi anni.
Due geni della "Kultur" tedesca nell'accezione più ampia, ma quasi agli antipodi. A riunirli ci ha pensato l'ottavo appuntamento del Settembre dell'Accademia, nel concerto dell'orchestra sinfonica svedese di Göteborg diretta da Christian Zacharias. Da un lato, l'ultima parola in musica di Richard Strauss, i quattro Lieder per soprano e orchestra composti in esilio in Svizzera nel 1948, dall'altro la quarta Sinfonia di Mahler, la sua più trasparente e forse anche serena, l'ultima prima della monumentale Ottava in cui compaia la parola cantata come elemento fondamentale di indirizzo espressivo.
I Quattro Ultimi Lieder sono un monumento struggente del "privato" che diventa universale, il congedo dell'autore dal mondo in cui aveva vissuto e nel quale aveva creduto, così sentito da farlo quasi apparire come il tramonto stesso (Tramonto è il titolo della lirica di Eichendorf da cui prese spunto l'intero breve ciclo, basato per gli altri tre pezzi su poesie di Hermann Hesse) della civiltà musicale europea. Non era così, naturalmente, ma certo la testimonianza offerta da questa musica è davvero emozionante, perché in essa sembra riassumersi per intero l'esperienza estetica del suo autore, distillata con una serenità consapevole e distaccata insieme che affascina profondamente.
La linea purissima del canto - sostenuta al Filarmonico con apprezzabile sensibilità stilistica e musicale dal soprano Solveig Kringelborn - e l'elegante adesione della melodia alla parola si confrontano con una scrittura orchestrale cui riesce il miracolo di essere straordinariamente ricca ma anche trasparente, morbida, quasi colloquiale, intarsiata di reminiscenze e semplici ma preziose notazioni descrittive. Zacharias ne ha dato conto con morbide scelte di fraseggio e bella dimensione coloristica, in una lettura di intima forza espressiva che ha messo in evidenza l'ottima disposizione dell'orchestra di Göteborg, formazione solida e precisa, duttile e ben equilibrata.
Da elogiare, poi, la scelta degli organizzatori di fare scorrere il testo cantato (nella traduzione italiana) su di un pannello sopra la scena, come normalmente avviene per le opere: un'opportunità in più per gustare in tutte le sfumature l'intimo rapporto fra poesia e musica di questi pezzi.
Interpretazione molto meno convincente si è avuta della Quarta mahleriana. I tempi molto comodi, talvolta perfino indugianti, scelti da Zacharias, lungi dal giovare all'evidenza dei particolari timbrici e motivici, hanno finito per stendere un velo grigio sull'esecuzione. L'ironia distesa ed estroversa che contrappunta questa partitura mahleriana è rimasta così solo accennata, ai margini di un'esecuzione avulsa anche dalla sottolineatura dei momenti di accensione drammatica (alla fine del terzo movimento, ad esempio), scandita in un fraseggio francamente troppo rigido, quasi meccanico, un po' sollevato solo dalla presenza vivace del soprano Kringelborn all'ultimo movimento.
Pubblico folto e accoglienze comunque di vivissimo apprezzamento, con ripetute chiamate.

Cesare Galla
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