20 gennaio 2019

Cultura

Chiudi

30.01.2016

Mafalda, la bambina ebrea
con il nome della principessa

Mafalda Pavia, prima a sinistra, con la scrittrice Liliana TedeschiL’ospedale infantile Alessandri, in Borgo Trento
Mafalda Pavia, prima a sinistra, con la scrittrice Liliana TedeschiL’ospedale infantile Alessandri, in Borgo Trento

Il 19 novembre 1902 venne alla luce a Roma Mafalda di Savoia, figlia secondogenita di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro. Il nome della principessa Mafalda (che perirà miseramente a Buchenwald il 28 agosto 1944) fu scelto da un ufficiale medico ebreo, Caliman Clemente Pavia, per la bambina natagli il 10 dicembre dello stesso anno: un segno di lealtà e di omaggio alla casa regnante, che malamente avrebbe corrisposto a tanta devozione, promulgando nel ’38 le leggi razziali.Nel 1903 la famiglia Pavia risulta trasferita a Verona, sede di servizio del capofamiglia. Nel 1920 Mafalda si iscrisse all’università di Padova, allieva interna della R. Clinica pediatrica. Passò nel 1925 all’università di Firenze, per restare vicino al padre che era stato trasferito in quella città; e a Firenze si laureò con lode il 10 luglio 1926. Dopo varie esperienze e specializzazioni in campo pediatrico, Mafalda venne assunta come medico praticante presso l’ospedale infantile Alessandri di Verona, distinguendosi per capacità e impegno. Nel 1935 conseguì la libera docenza, che le valse l’incarico di Aiuto di pediatria, svolto con grande perizia, come risulta dalla documentazione dell’ospedale. Bene inserita nel tessuto sociale cittadino, Mafalda si distingue anche in campo culturale: pubblica poesie accolte con favore dalla critica; è pianista sensibile ed apprezzata; ricama arazzi con scene bibliche; e, infine, studia a fondo il tema della musica nella Bibbia.

Il 1° marzo 1939, in applicazione del Regio Decreto del 17 novembre 1938 n. 1728 («Provvedimenti per la difesa della razza italiana»), il Commissario prefettizio Giulio Landi assume la seguente deliberazione: «I Sigg. Prof. Dott. Mario Artom fu Guido, nato ad Asti il 20 giugno 1896, la Prof.ssa Dott. Mafalda Pavia fu Caliman Clemente, nata a Milano e Schwarz Werner figlio di Julius nato a Berlino il 12 luglio 1907, rispettivamente Primario Specialista in dermosifiloiatria di questo Ospedale Civile Maggiore, Aiuto incaricato di Pediatria presso l’Ospedale infantile Alessandri e Medico Frequentatore presso questo Ospedale Civile Maggiore sono dispensati dal servizio con effetto dal giorno 1° marzo 1939 XVIII».

Si può immaginare lo sconcerto e l’umiliazione dei professionisti colpiti dal vergognoso provvedimento. Ben presto si aggiunsero decreti che prevedevano il sequestro dei beni mobili e immobili di proprietà degli ebrei.

La persecuzione culminò con l’ordine di polizia del 30 novembre 1943: «Tutti gli ebrei, anche se discriminati, a qualunque nazionalità appartengano e ovunque residenti nel territorio nazionale, devono essere avviati in appositi campi di concentramento».

Mafalda angosciata, trova accoglienza e rifugio a San Zeno in Monte presso don Calabria. Il santo prete intuisce il pericolo, e la nasconde a Roncà, tra le sue suore, le Povere Serve della Divina Provvidenza. Qui, assunto il nome di suor Beatrice, trascorre 18 mesi, dispensata dall’unirsi alle pratiche di pietà delle suore, che la circondano di rispettose premure, mentre la violenza imperversa in tutta Europa. In questo periodo, la Pavia scrisse un libro su san Paolo, riconoscendosi nel messaggio dell’Apostolo delle genti, che propugna l’assoluta uguaglianza di tutti gli esseri umani: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Gesù Cristo. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Galati 3, 27-29).

Mafalda Pavia tenne a testimoniare, in una lettera a don Calabria del 1° giugno 1945, che il suo libro su san Paolo era stato scritto «seguendo il semplice ed errante filo del mio pensiero che si svolgeva in purissima e pienissima libertà, non vincolato assolutamente dall’ambiente cattolico in cui mi trovavo».

Con slancio di umana fraternità universale, la Pavia si rivolgeva anche al mondo dei fedeli di Maometto, nella speranza di una «suprema vicendevole comprensione religiosa che porterà — quando e come Dio vorrà — alla certa e perfetta unione di tutti gli uomini».

Finita la guerra, Mafalda non volle tornare al posto dal quale era stata allontanata, e si dedicò con successo alla libera professione, partecipando attivamente alla vita culturale della città, in una dimensione di laicità che non celava l’appartenenza alla religione ebraica, abbracciata con convinzione profonda.

Non si riconobbe infatti nel cammino di avvicinamento al cristianesimo che il rabbino di Roma Zolli aveva motivato nel volume Christus inviatole da don Calabria. In questa conversione, come scrisse l’11 giugno 1947 al suo venerato protettore, la Pavia vedeva un elemento individualistico. Avrebbe preferito che il rabbino, «ravvisato nel Cristo il suo modello, si fosse prodigato per profondere, come ebreo, naturaliter cristiano, tutti i tesori del suo animo ai fratelli ebrei, qual vero e Grande Maestro d’Israele». Si tratta di un giudizio ispirato a severità e rigore, che Mafalda sostenne appoggiandosi ancora una volta a san Paolo, del quale richiama lo sconvolgente passo della lettera ai Romani (9, 3) in cui l’apostolo si dichiara pronto a essere anàtema, avulso da Cristo a vantaggio dei suoi fratelli ebrei.

Fedele al credo dei suoi padri, Mafalda Pavia morì il 28 maggio 1985 nella Casa di riposo della Comunità ebraica di Torino. Alcuni giorni dopo, il 6 giugno, il quotidiano «L’Arena» pubblicava il suo singolare messaggio di commiato dal mondo: «Mafalda Pavia, nel lasciare il giorno 28 maggio 1985 questa vita terrena, saluta quanti la conobbero e le vollero bene».

Gian Paolo Marchi
Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento può comportare il trattamento di dati personali: per maggiori informazioni sulle modalità di trattamento e l’esercizio dei diritti consultare le nostre Informazioni sulla Privacy e l’informativa estesa sui cookie presenti in calce al sito web.

pagine 1 di 1