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16 novembre 2018

Cultura

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19.08.2018

Uomini e caporali Il lavoro invisibile dei nuovi disperati

Un «grumo nero», terra di nessuno, «girone infernale», che anche a Bari indicano semplicemente con l’espressione «laggiù». La Puglia è descritta spesso come la terra delle spiagge gremite dai turisti; un grande giornalista e scrittore pugliese, Alessandro Leogrande, già dieci anni fa raccontava invece del Foggiano e del Tavoliere delle Puglie come una terra insanguinata. Ben prima, dunque, che dodici africani morissero due settimane fa schiacciati nel vano di un pulmino che non aveva aperture per far passare l’aria. Rileggere oggi «Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud» (Feltrinelli 2016, pp. 252, 16,50 euro) aiuta a capire che quei dodici braccianti, probabilmente pagati tra i 20 e 30 euro per dieci ore di lavoro, sono la punta di un iceberg di tante altre morti dimenticate. Leogrande, morto l’anno scorso a soli 40 anni, lo ha saputo raccontare con grande bravura, ispirato anche da anni di riflessione sulla sua terra natale. L’ultimo libro sull’Ilva è uscito postumo nel 2018, «Macerie. Cronache dal fronte del Sud». Forse, di fronte alle morti di Foggia, avrebbe ripreso la penna in mano, lui che già dal 2008 (prima edizione Mondadori di «Uomini e Caporali») aveva raccontato lo sfruttamento dei lavoratori stagionali migranti in Puglia. Scriveva all’inizio del saggio: «Ciò che accade oggi non viene dal nulla, viene da lontano. Dalle ferite non sanate del Sud contadino»: dallo sfruttamento dei braccianti da parte dei proprietari terrieri di inizio Novecento. Oggi, spiegava Leogrande, gli italiani non sono più disposti al lavoro nei campi e alla sua ancestrale violenza. Lo sono invece i nuovi disperati: i braccianti stagionali dell’Africa nera ma anche dell’Europa dell’Est (solo il 47% viene da paesi extra Ue, dati dell’Osservatorio Placido Rizzotto). Il film inquietante comincia con un annuncio di lavoro in un bar di provincia che attrae disoccupati, giovani universitari in cerca di paghette, poveri padri di famiglia. Lavoro estivo a 6 euro all’ora: un’ottima paga per una paese povero, e per un’occupazione semplice: raccogliere pomodori. Poi il viaggio in autobus verso il fondo dell’Italia: quella non inquadrata dalle telecamere della tv, dove si lavora fino a dodici ore al giorno, fino allo stremo, sollevando cassoni di pomodori sotto il sole cocente. Dove per il riposo c’è un capanno senza aria e latrine, per la ribellione il bastone o la spranga, e qualche volta, una tomba senza un nome. «Lager» è la parola che compariva nella nota stampa con cui gli organi investigativi italiani descrissero nel 2008 le condizioni dei braccianti stranieri. E le storie di Leogrande, riferite proprio a quel lasso di tempo, confermano quell’immagine; tuttavia «niente, proprio niente da queste parti, può fermare la raccolta del pomodoro. Non il tempo, non la pioggia, non la grandine. Figuriamoci la legge, figuriamoci le denunce dei braccianti...». I numeri dell’Osservatorio Placido Rizzotto spiegano il perché: il lavoro irregolare e il caporalato in agricoltura valgono in Italia 4,8 miliardi, un business dominato da associazioni mafiose ma esercitato anche dagli stessi sfruttati (i caporali sono della stessa nazionalità delle vittime). Rileggere «Uomini e caporali» aiuta a non aspettare altri dodici braccianti morti per riflettere su questo tema. •

Andrea Lugoboni
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