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23 luglio 2018

Cultura

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03.01.2018

RIPARTENZA NAZIONALE

Il professor Carlo Pelanda, docente e giornalista
Il professor Carlo Pelanda, docente e giornalista

Maria Vittoria Adami Una forma istituzionale forte come la repubblica presidenziale, il recupero di una coscienza nazionale e, va da sé, l’acquisizione di un maggior peso sulla piazza europea. Sono queste le armi che l’Italia deve imbracciare per darsi un nuovo corso, perché «l’esercizio più attivo dell’interesse nazionale è una necessità strategica del prossimo futuro e non un’opzione». Lo afferma Carlo Pelanda, professore di Economia e coordinatore del dottorato di ricerca in Geopolitica all’università «Marconi» di Roma, membro dell’Oxford Institute for economic policy e commentatore del nostro giornale, nel suo «Strategia 2028. Progetto interno ed esterno per invertire il declino dell’Italia» (Franco Angeli 2017, pp. 136, 19 euro). Il pregiudizio politico di chi scrive è liberale. Lo premette da subito, l’autore che nel volume affronta il tema chiamandolo per nome: declino. Ma fornendo anche soluzioni per una ripresa che tuttavia richiederà anni (almeno un decennio, da qui il titolo «Strategia 2028», visto che «la compressione esterna della nazione e le turbolenze del sistema globale all’orizzonte non lasciano un tempo più lungo per tentare l’inversione di una direzione storica negativa») e che dovrà essere assunta come linea guida dal pensiero politico economico. Sistema industriale e attivismo della società saranno le basi di questo percorso che passerà per quattro macro-trasformazioni interne ed esterne: dalla de-nazionalizzazione al nuovo progetto nazionale; dall’ingovernabilità alla governabilità; da un welfare passivo a uno attivo; da una sovranità debole a quella convergente. Nella «Strategia 2028» è essenziale il «progetto nazionale» che porti l’Italia a inserirsi con più peso specifico, «oggi irrilevante e per questo controproducente», nell’altrettanta necessaria «riorganizzazione globale delle democrazie». Ma in Italia il progetto nazionale manca e, soprattutto, «forse caso unico al mondo», la cultura politica del Paese non lo contempla, un po’ per la sua storia di giovane Nazione, nata dal più recente Risorgimento, e per questo «compressa» dalle altre potenze; un po’ per la priorità - nel secondo dopoguerra - della nuova élite al comando di defascistizzare l’Italia, cancellare il patriottismo risorgimentale e il riferimento alla nazione. Eppure è un concetto da riscoprire per Pelanda: «Bisogna dichiarare finito il periodo storico, in Italia, in cui il solo parlare di nazione e d’interesse nazionale implica il sospetto di fascismo. In Francia e Stati Uniti il riferimento alla nazione è sempre stato tema di organizzazione convergente delle comunità. Una cosa è il nazionalismo negativo ed escludente e ben altra è la cultura del riferimento nazionale positivo». Perché il mondo è fatto da nazioni: «Chi pensa che il modello migliore sia quello di un mondo governato dall’Onu e dal G20 gestito da un multilateralismo perfetto, sbaglia sul piano del realismo». Legata a questa premessa, la seconda trasformazione punta a eliminare il «deficit di governabilità» attraverso una riorganizzazione istituzionale che garantisca una governabilità verticale e una politica esterna attiva, necessarie all’Italia, pur col bilanciamento dei contrappesi delle istituzioni democratiche. Ma il modello costituzionale italiano si basa sul governo orizzontale dove il criterio del bilanciamento del potere esecutivo prevale su quello della sua operatività, rendendola debole, costantemente esposta a disfunzioni e insufficiente per disegnare ed eseguire cambiamenti del modello economico, per Pelanda. Una via? La Repubblica presidenziale «mai decollata perché non era conveniente per i partiti»: «L’elezione diretta di un potere forte esecutivo, non sottoponibile al voto di sfiducia, è uno strumento per operare grandi cambiamenti e gestire situazioni internazionali complesse». Questo consente anche di ridurre la possibilità, per i partiti, di occupare le istituzioni «in modo incontrastato con esiti disfunzionali». Ma serve agire anche sul modello amministrativo-economico dello Stato: «L’economia italiana tende a crescere poco perché il suo mercato interno è rimasto da decenni soffocato da regole punitive e da un ciclo del capitale distorto dall’eccessiva intermediazione fiscale della ricchezza nazionale da parte dello Stato, quasi il 50 per cento, che lo spreca o impiega in modi improduttivi». Infine occorre riconfigurare la posizione esterna dell’Italia «come sovranità contributiva e convergente cioè aperta al mercato e al multilateralismo, ma attiva e non più passiva». «L’Italia», conclude Pelanda, «è una potenza industriale a fortissima vocazione esportatrice ed è suo interesse nazionale primario che il mercato internazionale rimanga stabile, aperto e fluido». •

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