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24 gennaio 2018

Cultura

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18.12.2017

La luna in gabbia: storie di donne tra favola e realtà

Grazia Giordani Se ci sono romanzi che arrivano a noi con un intenso passaparola, questo è il caso ben giustificato de «La luna in gabbia» di Maria Sardella (Pubgold, pp. 224, 12 euro), pervaso da un realismo magico che sarebbe piaciuto a Garcia Marquez e a Elsa Morante, in questo romanzo di cui stiamo parlando, con una allure più volutamente paesana. Deliziosi i disegni che sottolineano la prosa, a cura di Bianca Simoni, capaci di regalare la delicata illusione di un fumetto a una narrazione che sa di favola, sorretta da schietta umanità. Favola sì perché incontriamo anche cornacchie e galletti di latta, dotati di mente e cuore che hanno parti importanti nella narrazione. Abbiamo la sensazione di essere in una Sicilia d’antan. Personaggio che incuriosisce subito è il Viaggiatore, fornito di una curiosa gabbietta vuota all’arrivo in paese. «La gabbietta aveva la porticina spalancata, fissata con un pezzetto di fil di ferro in modo da non potersi richiudere. La vaschetta dell’acqua era ricolma e una spiga di panico era incastrata tra le sbarre sottili. Una ciotola di creta con pezzetti di mela annerita e una con mangime. Sul fondo della gabbietta era stesa una pagina di giornale, qui e là le deiezioni anche di volatili. Sul ripiano della scrivania una scatola di mangime per uccelli insettivori». Personaggi importanti femminili sono Giovanna e Clelia. Nipote e zia. Giovanna è una giovane moderna che rifiuta gli orpelli di un matrimonio borghese, quando sposa il suo Riccardo e fa braccio di ferro con la madre Teresa che le impone l’abito da sposa bianco. Clelia ha un oscuro segreto da custodire che l’induce a nozze riparatrici con un marito consenziente che la rispetta, pur sapendo di non essere amato. Quattro sono le principali voci narranti, fatte di giovani, vecchi, adulti e bambini, senza escludere cornacchie e galletti di latta, perché anche loro giocano ruoli importanti. Punto chiave del romanzo è l’amore contrastato tra Clelia e Peppe, lo straniero eccentrico e muto che, verso la fine, sentiremo parlare. Non meno importante, anche se più consueto e non denso di dolorosi misteri, l’amore tra Giovanna e Riccardo che hanno un figlio sognatore, amante delle storie meravigliose, di cui Clelia non è certo avara, lei che sa parlare con le anime dei morti, che sa consolare le paure dei bambini. Ricca di misteri, la pagina dell’autrice, ci parla anche di un abito da sposa scomparso, su cui l’enigma si scioglie solo alla fine. E di una già accennata coppia di animali che si appropriano della parola per svelarci segreti. Interessanti anche i personaggi minori, il prete, per esempio, tanto per citarne uno fra i tanti. Anche i paesaggi hanno un’anima in questa bella narrazione da cui non sappiamo staccare gli occhi, lasciando la soluzione dei misteri, come sempre, tutta al lettore. Maria Sardella, cantastorie di origine pugliese, vive a Brescia. Esordisce con il romanzo «Così è la vita, amore mio» (Altrimedia, 2009», primo premio «Città dei Sassi» 2008. Autrice di racconti (Storie. Rivista Internazionale), traduttrice con «L’ultima estate della ragione» di Tahur Djuout (Bibliofabbrica, 2009). Ritorna al romanzo nel 2013 con «La musica del mais». Tutti i suoi racconti nel blog Otium www.ipuzziundo.blogspot.com. •

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