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26 settembre 2018

Cultura

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17.08.2018

«La fonte sacra» un romanzo dentro il romanzo

A poco più di cento anni dalla scomparsa di Henry James (1843-1916), Neri Pozza ripropone nella collana «Biblioteca Neri Pozza» (pp. 265, 14 euro) «La fonte sacra», con la traduzione di Sergio Perosa e una bella prefazione di Giorgio Agamben. Pubblicata per la prima volta nel 1901, l’opera si pone come una raffinata commedia mondana che mette in scena un’impietosa inchiesta sulle dinamiche che regolano i rapporti tra gli individui, quasi una sorta di saluto dell’autore all’avvento del nuovo secolo, portatore di modernità e di nuovi fermenti culturali. Sebbene, secondo un’opinione molto diffusa tra i critici, si tratti di uno dei testi più discussi che lo stesso James non volle includere nella «New York Edition» (1907-1909) dei suoi romanzi, «La fonte sacra», come sottolinea Agamben, «é l’esperimento supremo dell’arte del grande narratore», unanimemente riconosciuto come il padre del romanzo psicologico. Costruita come una detective story senza omicidi, l’opera si configura come una «meta narrazione sulla concezione modernista dell’autore, un romanzo nel romanzo», in cui il narratore in prima persona coincide con lo stesso autore che si racconta come in uno spietato autoritratto, enfatizzandone difetti peculiari e tipicità, come una sorta di «stupenda parodia» di se stesso. La trama è nota: un narratore senza nome, Gilbert Long, e Grace Brissenden, da tutti chiamata Miss Briss, si trovano all’interno dello scompartimento di un treno che li sta conducendo a Newmarch per una festa in campagna, mentre il marito, notoriamente più giovane e attraente, giunge in compagnia di Lady John, destando il curioso interesse della comitiva. Ma ciò che l’acuto osservatore rileva è la sottile dinamica psicologica che investe i personaggi: il modo in cui le coppie si svuotano a vicenda: «com’è possibile che la signora Brissenden, che ha sposato un uomo più bello e giovane di lei, ringiovanisca e diventi ogni giorno più attraente, mentre il marito invecchia e intristisce a vista d’occhio? E come Lady John può aver trasformato il notoriamente sciocco Gilbert Long in un brillante conversatore?». In una dimensione che pare aver azzerato il tempo, attingendo da una misteriosa «sacra fonte», l’intelligenza, la giovinezza, la bellezza di ciascuno vagano ad intermittenza, passano con alternanza di corpo in corpo, svuotandosi e riempendosi, come una sorta di atto vampiresco che si appropria della linfa vitale di qualcuno per lasciare qualcun altro privo di energia. Scrive, James, creando un contatto diretto con il lettore: «Dopo di questo, vidi altre, molte cose, ma avevo già tanta materia di riflessione, che le vidi quasi mio malgrado. La difficoltà stava nell’inerzia già acquisita dall’atto, come pure, senza dubbio, dall’abitudine generale, di osservare». Uno spettatore della vita, un esteta avulso dalla realtà che ha sacrificato tutto all’arte. Come afferma Agamben in prefazione, «La fonte sacra» riflette su un concetto d’ispirazione pura, senza oggetto e senza tempo; una Musa senza volto e senza nome, che non ha propriamente più nulla da dire. In verità l’immaginazione di James ha inciso profondamente nel reale ma, a un certo punto in ogni senso decisivo, ha deciso di lasciare la presa. •

Flavia Marani
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