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20 giugno 2018

Cultura

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02.09.2017

L’ULISSE
TRIESTINO

Umberto Saba (1883-1957)
Umberto Saba (1883-1957)

«Per immagini tristi e dolorose/ passò la giovanezza mia infelice,/ che l’arte ad altri ha fatte dilettose,/ come una verde tranquilla pendice.// Tutto il dolor che ho sofferto non lice/ dirlo, né voglion mie rime festose./ Amano esse chi in suo cuore dice:/ Per rinascer torrei le stesse cose» (da «Autobiografia»). Guardi la scrittura di Umberto Saba (1883-1957), piana, distesa, confidenziale - lessico rasoterra o basico, sermo cotidianus, tra le definizioni - e pensi che il poeta abbia fatto della semplicità il proprio statuto. Poi vai a fondo e comprendi quale travaglio ci sia stato per giungere a un tipo di comunicazione che è diario sofferto, addirittura confessione psicoterapeutica, da lettino di Freud.

«Siamo profondi, ridiventiamo chiari», diceva Saba citando Nietzsche. E se ripercorri il Canzoniere, il libro dei libri - alla lettera, la raccolta di tutte le sue opere di poesia -, hai la conferma di un complesso labirinto di esperienze che si è sedimentato negli anni come le rocce vulcaniche, lasciando un magma incandescente ossia la sua nevrastenia esistenziale (fin dalla tenera gioventù, tanto che per tali sintomi e situazioni analitiche Gianfranco Contini ha coniato la brillante sintesi «psicanalitico prima della psicanalisi»).

Nei traumi e disordini dell’autore triestino entra con acume Stefano Carrai, docente di Letteratura Italiana all’Università di Siena, in una biografia intitolata semplicemente «Saba» (Salerno editrice, pp. 295, 18 euro), che esce a 60 anni dalla morte del poeta. L’opera non trascura i libri in prosa, tra cui il romanzo non concluso «Ernesto», e l’epistolario, di cui manca ancora un’edizione critica. Ma il suo leitmotiv è l’intima malattia che sempre accompagnò lo scrittore, lo vide aspro nel carattere, ondivago nelle scelte e colmo di pessimismo.

Saba cercò rimedio nella psicanalisi - tra le parole più ricorrenti nell’opera di Carrai -, cui si sottopose dal 1929 al 1931 con le cure del dottor Edoardo Weiss, membro della Società Psicanalitica di Vienna e medico di punta del nosocomio psichiatrico di Trieste.

Esiste un’importante lettera tra colleghi, da Freud a Weiss, che fa riferimento a Saba: «Non credo che il suo paziente potrà mai guarire del tutto. Al più uscirà dalla cura molto più illuminato su sé stesso e sugli altri. Ma, se è un vero poeta, la poesia rappresenta un compenso troppo forte alla nevrosi, perché possa interamente rinunciare ai benefici della sua malattia».

L’entusiasmo del paziente all’inizio delle sedute doveva interrompersi non molto tempo dopo per i gravi eventi storico-politici: lo psichiatra dapprima si trasferisce a Roma, per aver rifiutato la tessera fascista; in seguito, con le leggi razziali, ripara negli Stati Uniti chiudendo ogni possibilità di ritorno in Italia.

Ma Saba aveva appunto capito, perduta la speranza di guarire, che nevrosi e poesia viaggiavano su un unico filo indissolubile e che - ragazzo, uomo o vecchio che fosse - avrebbe innestato sempre il presente nel passato.

«Più che guarire personalmente», scrive in una lettera a Vittorio Sereni, «ho capito molte cose dell’anima umana, che prima m’erano non solo oscure, ma addirittura insospettate - proprio secondo le previsioni di Freud -. La cosa peggiore della mia infanzia fu l’assenza di un padre (buono o cattivo) e il dott. Weiss supplì, fino ad un certo punto, a questa mancanza».

Le ombre dell’infanzia erano state un padre mai visto (l’incontro avverrà a 20 anni), su cui è noto il verso «mio padre è stato per me l’assassino», e una madre chiusa nella solitudine («madre mesta»), sostituita dalla balia («madre di gioia»), cui Saba rivolge tre poesie nella più psicanalitica delle sue opere, «Il piccolo Berto» (1933, con dedica al dottor Weiss), dove l’io adulto dialoga con l’io bambino. «Nella rosata in cielo e in terra fresca/ mattina io ben la ritrovavo. E sono/ a lei d’allora. Quel fanciullo io sono/ che a lei spontaneo soccorreva; immagine/ di me, d’uno di me perduto». E conclude, nella terza poesia, «sono passati quarant’anni. Il bimbo/ è un uomo adesso, quasi un vecchio, esperto/ di molti beni e molti mali».

Ai turbamenti sorti tra le mura domestiche vanno aggiunti il fascismo con le leggi razziali e la dittatura, che vedono Saba - ebreo per parte di madre - costretto a recarsi a Parigi, per poi tornare in Italia e chiedere rifugio ai suoi amici. In «Avevo» emerge un pessimismo leopardiano, «mi volgo/ vane antiche domande: Perché, madre,/ m’hai messo al mondo? Che ci faccio adesso/ che sono vecchio, che tutto s’innova,/ che il passato è macerie, che alla prova/ impari mi trovai di spaventose/ vicende? Viene meno anche la fede/ nella morte, che tutto essa risolva».

La situazione psicologica del poeta non cambia dopo la guerra. Ricoverato più volte, muore il 25 agosto 1957 in una clinica di Gorizia, appena un anno dopo il decesso della moglie Lina, pure seriamente malata.

Nel libro di Carrai non potevano mancare i versi retrospettivi di un Saba in età avanzata divenuto Ulisse: «Oggi il mio regno/ è quella terra di nessuno. Il porto/ accende ad altri i suoi lumi; me al largo/ sospinge ancora il non domato spirito,/ e della vita il doloroso amore». Il «non domato spirito» allude certamente allo «spirto guerrier» di Foscolo. Pur nella sua vita tormentata, Saba era rimasto fedele alla poesia, al mito e alla tenacia dell’antico eroe.

Stefano Vicentini
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