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28 giugno 2017

Cultura

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22.10.2010

L'Europa e la virtù che sta nel mezzo delle sue nostalgie

Autoritratto di Carlo Michelstaedter: Gorizia onora il centenario Boris Pahor, 97 anni: domani a Verona parlerà di Mitteleuropa
Autoritratto di Carlo Michelstaedter: Gorizia onora il centenario Boris Pahor, 97 anni: domani a Verona parlerà di Mitteleuropa

«Dire letteratura mitteleuropea significa ormai riferirsi a qualcosa di molto difficilmente definibile all'interno di parametri chiari e precisi, perché Mitteleuropa è divenuta una metafora onnivalente, che può designare tutto e il suo contrario, nostalgie regressive e aspirazioni emancipatorie, chiusura e apertura, progresso e reazione». Così affermava già nel 1996 Claudio Magris nella nuova prefazione al suo Mito asburgico nella letteratura austriaca moderna, il saggio che quasi mezzo secolo fa, nel 1963, aveva aperto la strada al fecondo concetto di Mitteleuropa come cultura della crisi e, insieme, critica della crisi, sguardo rivolto fra nostalgia e ironia al passato e, intanto, capace di illuminazioni sul futuro.
Mitteleuropa: l'Europa di mezzo. Quale? La complicata mappa corrisponde grosso modo a quello che era stato l'Impero asburgico, risultante da una pluralità di entità nazionali. E in quale tempo storico? Soprattutto l'arco cronologico che, dalla metà dell'Ottocento, arriva alla conclusione della grande guerra (il lungo tempo che coincide quasi interamente col regno di Francesco Giuseppe) e che, dopo il crollo del 1918, arriva, fra scenari sempre più lividi, alla tragedia del secondo conflitto mondiale.
Parlare di spirito mitteleuropeo, di cultura e di letteratura mitteleuropee comporta quasi un paradosso: se l'essenza di quel mondo è la presenza di tante diversità nazionali, dove sarà l'elemento unificante mitteleuropeo?
I paradossi forse non funzionano bene se si tratta delle cosiddette scienze esatte (e, anche lì, chissà se è vero), ma possono funzionare benissimo nelle faccende che incrociano pensieri e sentimenti. L'impero asburgico incarnava un'immagine di centralità ordinata e coerente, in qualche modo appagante: se tale centralità è minacciata, se proprio chi vi è inserito ha ragioni per identificarsi sempre meno in essa, si produce l'effetto di una perdita che è voluta e necessaria, ma che inevitabilmente, come ogni perdita, costa la necessità di guardarsi alle spalle, di muoversi fra le schegge della crisi del passato con atteggiamenti che variano e magari sommano insieme nostalgia, ironia, scherno, ricerca di mezzi, luci o stampelle per muoversi nel labirinto dell'unità deflagrata.
Quando la svolta dall'Ottocento al Novecento porta in tutta la cultura europea un'aria di crisi profonda che investe tanto le strutture sociali quanto le prospettive del pensiero, chi sta dentro la Mitteleuropa ha quasi una marcia in più nel suo viaggio dentro la crisi, o anche una marcia e mezza in più se uno è — come spesso è — mitteleuropeo e di ascendenza ebraica. A Praga Kafka sogna il commesso viaggiatore che non viaggerà più perché una mattina, svegliandosi, si è accorto, senza troppo meravigliarsene, d'essersi trasformato in un enorme scarafaggio. A Vienna la Cacania (l'Austria) dell'uomo senza qualità di Robert Musil è lo sfondo superato, ma a suo modo affascinante che contrasta violentemente con la radicale rivoluzione dei sentimenti; e, sempre a Vienna, Joseph Roth, dopo il crollo dell'Impero, racconta, fra angoscia e disincanto, l'amarissimo nichilismo di chi è sopravvissuto. Rainer Maria Rilke è il poeta che, attraversando i centri più importanti dell'Europa, esprime in modo originale e struggente la complessa eredità che si portava dal contesto slavo-tedesco-ebraico della natia Praga. E, nella provincia italiana dell'Impero, a Trieste, Italo Svevo, a cavallo fra i due secoli, inventa nella sua narrativa la figura dell'inetto, dell'uomo che, perplesso, fra commedia e tragedia, è inadatto a vivere, ma abilissimo nel guardarsi vivere. Tutto un mondo che si muove tra gli estremi opposti della leggerezza di un valzer di Strauss e la gravità dell'inconscio scoperto da Freud.
Sono solo pochi cenni sommari questi che abbiamo dato di un «continente» frastagliatissimo, che lascia emergere continuamente, ancor oggi, nomi e libri poco esplorati (si pensi ai casi clamorosi dell'ungherese Sandor Márai o, più vicino, del triestino della minoranza slovena Boris Pahor). E, per non dimenticare una ricorrenza importante, sempre nella fetta asburgica d'Italia, a Gorizia, pensiamo alla figura di Carlo Michelstaedter, che moriva suicida, ventitreenne, cento anni fa nell'ottobre del 1910. A lui Gorizia dedica ora una mostra curata da Sergio Campailla, del quale Marsilio ha recentemente pubblicato un libro, Il segreto di Nadia B., un po' romanzo, un po' saggio, che, incrociando la vicenda di Michelstaedter con quella di una giovane ebrea russa, anarchica, suicida a Firenze nel 1907, dice molte cose significative dell'inquietante pianeta Mitteleuropa.

Giulio Galetto
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