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16 gennaio 2018

Cultura

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17.12.2017

Il viaggio di Roic fra storia e presente

Per chi ama l’antropologia e le ipotesi più sorprendenti che essa può proporre circa le nostre origini e i fondamenti del nostro pensare e del nostro comunicare e - accoppiamento forse non d’ordinaria amministrazione - ama anche certe canzoni moderne nella musica e nelle parole delle quali avverte echi emozionanti della propria sensibilità, c’è un libro, pubblicato di recente da Mimesis Edizioni (Milano-Udine) che pare fatto apposta: «Vorrei che tu fossi qui» di Sergej Roic (pp. 390, 30 euro). Roic è uno scrittore svizzero di origini croate/jugoslave, attivo a Lugano anche come collaboratore culturale del «Corriere del Ticino»; con questo «Vorrei che tu fossi qui» si cimenta in un’impresa ambiziosa sotto diversi aspetti: sotto quello formale perché, in un lavoro che sta a metà fra narrativa e saggistica, da un lato imprime a ciò che è narrazione una struttura frammentata, divisa fra memorie autobiografiche in prima persona e racconti variamente sovrapposti in terza persona, mentre dall’altro lato la dimensione saggistica (antropologica, filosofica, letteraria) sembra fondere scienza e sogno, dato oggettivo e vibrante fantasia, figure e nomi reali con ombre dell’immaginario. Altrettanto originale la volontà di realizzare, sotto il profilo contenutistico, una specie di cavalcata attraverso il tempo retrocedendo dall’imminente 2018 alle migliaia di anni fa in cui forse l’accoppiamento di esemplari di uomo di Neanderthal con esemplari di homo Sapiens segnò l’origine della storia dell’umanità pensante e parlante; e addentrandosi poi nella difficile teoria, fatta risalire a Platone, del mondo che sarebbe creato da Dio per mezzo del pensiero dell’uomo. Da oggi a quella remotissima alba umana e, subito dopo, da allora ad oggi le pagine seguono un movimento che si ripete cento volte, coinvolgendo sia l’io narrante in prima persona, sia i vari personaggi convocati alla cavalcata nel tempo in quella struggente nostalgia che sembra contenersi nel sommesso refrain cantato dai Pink Floyd in «Wish you were here». Che a buon diritto diventa il titolo del libro, dal momento che proprio questo «Vorrei che tu fossi qui» punteggia tutti i momenti del racconto e del pensiero che lo sostiene. • G.G.

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