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19 agosto 2017

Cultura

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26.06.2017

DOLOMITI
TERRITORI
DEL WEST

Matteo Righetto, nato a Padova nel 1972. Insegna Lettere al liceo La copertina del libro che è già un caso internazionale
Matteo Righetto, nato a Padova nel 1972. Insegna Lettere al liceo La copertina del libro che è già un caso internazionale

Non un semplice scrittore di montagna, uno «scrittore di Dolomiti». Il 44enne padovano «ladino nel cuore», Matteo Righetto, si definisce così e mette al centro della sua poetica i Monti pallidi. Monti che sono già stati protagonisti nel 2013 del romanzo «La pelle dell’Orso» (e del film con Marco Paolini che ne è seguito), o di «Apri gli occhi» che sullo sfondo del Latemar si è conquistato un anno fa il premio Cortina d’Ampezzo.

Il viaggio che porta alle Dolomiti nell’ultimo lavoro, «L’anima della frontiera», si tinge di sfumature western, parla la lingua veneta e ha già posto il romanzo all’attenzione del mercato internazionale. Dagli Stati Uniti, alla Germania, all’Australia, sono infatti una decina le agenzie che hanno bussato a casa Righetto per acquistare i diritti della storia. E Nevada, paese immaginario della vicentina Valbrenta, è pronto a valicare i confini italiani. La storia ha per protagonista la quindicenne Jole ed è ambientata sul finire dell’800.

Cuore della vicenda, un viaggio avventuroso oltre l’allora frontiera austriaca per contrabbandare un carico di tabacco del Brenta. Un cammino impervio che Jole farà attraverso sentieri e passaggi impraticabili, minacciato dalle bestie feroci, dagli agguati dei briganti e dalla sorveglianza dei finanzieri, come in un romanzo di Jack London o Cormac McCarthy. «L’anima della frontiera» è stato pubblicato da Mondadori (pp. 192, 18 euro).

Un western che parte dalla provincia italiana. Com’è possibile?

Innanzitutto per gli scenari mozzafiato che dalla Valbrenta si possono raggiungere anche a piedi, poi perché il Western è, soprattutto, un genere letterario. Letteratura e cinema hanno trasformato la colonizzazione dei territori a ovest del Mississippi in una sorta di epica moderna che ha i propri linguaggi e convenzioni letterarie. Così, il «clima western» si può ritrovare benissimo anche nell’Italia di fine ‘800 ai confini con l’Impero d’Austria. E le nostre Dolomiti non hanno nulla da invidiare alle Montagne Rocciose.

Il romanzo completa una trilogia ideale con «La pelle dell’orso» e «Apri gli occhi»: quale elemento accomuna le tre storie?

In tutte è presente la formazione dei protagonisti. In «La pelle dell’orso» racconto l’ingresso nell’età adulta dal punto di vista di un ragazzino, in «Apri gli occhi» c’è una storia d’amore che ritrova un equilibrio sullo sfondo di un’ascesa dolomitica, in «L’anima della frontiera» c’è la conoscenza del proprio mondo interiore.

E la sua protagonista, Jole, è una ragazzina ma deve affrontare pericoli che neanche un adulto…

Esatto. Questo anche perché volevo staccarmi dalla logica di maniera con la quale mondo contadino viene interpretato. Il nostro immaginario ha ereditato un’idea delle comunità rurali che sa tanto di arcadia, ma i nostri trisavoli, se volevano sopravvivere, dovevano lottare ogni giorno, altro che arcadia. Ho voluto rappresentare questa dimensione.

Per questo Jole diventa contrabbandiera?

Jole e i suoi familiari infrangono la legge, ma per necessità. Vivono in un mondo profondamente ingiusto, nel quale ai poveri mancano anche i mezzi basilari di sussistenza. Ecco che il contrabbando del tabacco del Brenta è l’unico modo per recuperare un po’ di risorse.

In questo senso, l’attraversamento della frontiera ha anche un significato simbolico?

La frontiera svolge fondamentalmente due funzioni: il confine tra Italia e Austria, con relative guardie doganali è il motore che rende avventurosa la storia; in chiave simbolica, invece, attraversare la frontiera significa anche guardarsi dentro.

La storia è ambientata nel 1896. Come mai non a ridosso della Grande Guerra?

Anche qui, volevo tenermi lontano dall’orientamento di questi ultimi anni. Cercavo un tempo che fosse ancora riconoscibile per i lettori, ma non legato in senso stretto alle vicende belliche. Una scelta a suo modo controcorrente che, a giudicare dalle attenzioni del mercato di lingua inglese e tedesca, ha portato bene.

Lorenzo Parolin
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