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20 luglio 2018

Cultura

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15.12.2017

A CUORE APERTO

Il cardiochirurgo piemontese Marco Diena, 57 anni
Un intervento a cuore aperto su un paziente
Il cardiochirurgo piemontese Marco Diena, 57 anni Un intervento a cuore aperto su un paziente

Alessandra Milanese La frase più significativa che non si può dimenticare, dopo una conversazione con il dottor Marco Diena, cardiochirurgo, pensiamo sia «lanciare il cuore oltre l’ostacolo». Perché la sua incredibile carriera è fatta prima di tutto di amore per la professione medica e per l’umanità. Se a questo si somma una forte passione e curiosità per la vita si può comprendere appieno come sia arrivato a diventare direttore del Dipartimento Cardiovascolare della Clinica San Gaudenzio di Novara e Presidente della Cardioteam Foundation Onlus. Il dottor Diena si racconta per la prima volta in un’intensa autobiografia intitolata «Il cuore oltre il confine, sul filo rosso della vita», che sarà presentata oggi a Milano allo Chateau Monfort di corso Concordia. I proventi del libro andranno interamente alla Cardioteam Foundation Onlus. Lei rievoca con stile agile e coinvolgente le diverse fasi della vita che l’hanno portata a scegliere l’ardua carriera di cardiochirurgo. Cosa l’ha spinta da subito? Quando opero devo far appello alla mia sensibilità, ma anche alla sicurezza di me stesso fino alla freddezza. Penso che la mia personalità si sia formata dal caldo affetto della mamma, ma pure dalla disciplina razionale e rigorosa di mio padre ingegnere. Com’è nata la sua vocazione? In modo precoce e, se si vuole, banale: un telegiornale in bianco e nero visto dopo la scuola. Il primo intervento al cuore del cardiochirurgo Christian Barnard in Sud Africa portato a termine con successo. Ero un bambinetto (sono nato ad Ivrea nel 196O), ma mi sono emozionato, addirittura entusiasmato, e ho rivelato subito ai miei genitori che la trasmissione aveva fatto nascere in me il sogno di diventare, da grande, un bravo cardiochirurgo. Lei pratica da sempre l’alpinismo. Cosa c’è in comune tra questo sport, tra l’altro impegnativo e non privo di pericoli, e operare al cuore? Per prima cosa quando vi rivolgete a me vorrei che pensaste a tutto il Team. Svolgiamo un’operazione di squadra che non ha paura di lavorare pure nei giorni festivi, se ci sono delle urgenze. Anche per questo, perché siamo appunto una squadra, siamo riusciti a rivoluzionare le liste d’attesa del Piemonte: da 6-9 mesi, roba del Terzo mondo e intanto la gente moriva, siamo arrivati a tre settimane. Posso affermare, senz’ombra di falsa modestia, che abbiamo raggiunto il livello dei migliori centri americani: curare al meglio con i minori rischi possibili. Complimenti, ma parlavamo dell’alpinismo... Beh, oltre al rigore e all’impegno familiari a cui ho già accennato, penso di aver percorso tutta una scuola di vita, che mi ha fatto crescere pure a mia insaputa. Dapprima i lavori manuali per costruire le capanne di legno da ragazzino. La scuola di alpinismo e di roccia cominciata a 19 anni è una formidabile palestra per un cardiochirurgo perché insegna a dare il massimo nelle condizioni più difficili. A valutare i rischi per arrivare ai limiti, ma senza superarli. Una lezione preziosa, che mi ha guidato anche in sala operatoria. Ad esempio nel momento di decidere se operare un paziente cardiopatico grave. Lei ha subito pure un processo per omicidio colposo, in seguito ad un complesso intervento al cuore, in un paziente in fin di vita poi finito con l’assoluzione con formula piena. Cosa l’ha fatta soffrire di più? Posso dirlo? I giornalisti e i giornali che hanno dedicato al mio presunto sbaglio intere colonne e fotografie, mentre la notizia dell’assoluzione con formula piena è passata in sordina, quasi inosservata. Da bambino il dottor Diena giocava insieme alla sua famiglia con i tarocchi. Non si aspettavano nessuna divinazione dalle carte, era come giocare a scopa. Però gli sono rimasti impressi tanto che ha battezzato ogni capitolo del suo libro con un tarocco, in quale si immedesima? Per descrivere l’energia di quello sparuto gruppo di giovani medici che eravamo: cardiochirurghi, cardiologi e anestesisti, coloro che hanno dato vita poi alla Cardioteam Foundation Onlus credo che l’arcano corrispondente sia il matto o Joker. La carta che porta con sé un pizzico di sana follia e dà slancio alle grandi iniziative, anche a costo di andare oltre le convenzioni. A cosa allude il filo rosso del titolo? All’attività di volontariato, ho operato malati di cuore in Egitto, Moldavia, Romania. E prima ancora bambini che hanno superato mille peripezie, sono venuti dall’Africa, dalla Siria e dal Nepal per farsi curare dalla nostra squadra. Cosa prova dopo un’operazione riuscita che magari ha salvato la vita di un paziente? Un’emozione fortissima e bella pure perché considero fare il medico una vera e propria missione. Riuscire a far battere di nuovo un cuore induce a dimenticare persino la stanchezza di 10 ore di intervento, lo trovo esaltante. •

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