26 marzo 2019

Cultura

Chiudi

19.03.2011

La prima stella d'Italia fu di Cangrande

Spilla di Cangrande a forma di stella tricolore conservata al museo di Castelvecchio
Spilla di Cangrande a forma di stella tricolore conservata al museo di Castelvecchio

Un regalo di compleanno per l'Italia, con le caratteristiche dovute: non ha prezzo, piace a chi lo fa, chi lo riceve l'aveva già. Ma niente misteri, perché la storia ne riserva in sè: un tesoro dissotterrato come nelle favole, il principe avvelenato e derubato, Dante Alighieri profeta dell'Italia unita, il potere nascosto dei numeri...
Un prezzo il regalo lo avrebbe — 30mila lire del 1938, pari a 25mila euro — ma è improponibile: una stima al ribasso di tale Passeroni per la spilla a forma di stella, dissotterrata a Verona martedì 15 novembre 1938 e ora al museo di Castelvecchio. «Quel vecchio orefice non capiva», dice un suo collega veronese di oggi, Alberto Zucchetta. «Aveva considerato solo il peso dell'oro, 243,5 grammi, stimando zero le 202 perle orientali perché "rovinate" e sottovalutando le pietre preziose, perché non tagliate. E invece si tratta», si emoziona l'esperto, «di un monile preziosissimo, perché ci è arrivato dal Trecento senza manomissioni». Di più: secondo Zucchetta, quella spilla era stata preparata per Cangrande della Scala, il signore di Verona, «primo ostello» dell'esule Dante Alighieri, che vedeva in lui l'uomo capace di unificare l'Italia; ed è a forma di stella, simbolo d'Italia; ed è nei tre colori delle virtù teologali — smeraldi verdi come la speranza; perle bianche, la fede; rubini rossi, la carità — i colori di cui Dante veste Beatrice («sovra candido vel cinta d'uliva/donna m'apparve, sotto verde manto/vestita di color di fiamma viva», Purgatorio XXX, 31-33) i colori che diventeranno la bandiera d'Italia.
Ma il Tricolore non l'abbiamo copiato da Napoleone? Nella storia c'entra anche lui: da sempre a Verona si racconta che la tomba di Cangrande l'avessero saccheggiata gli occupanti francesi in cerca di tesori. E se la spilla misteriosa l'avessero presa loro, per Napoleone? Sta di fatto che, nascosta sottoterra («sempre dai francesi, perché a Verona tornavano padroni gli austriaci», dicono i fautori della leggenda) la spilla è ricomparsa per caso fortunato, uno scavo in cantina, quando nessuno più ne comprendeva il significato.
Non proprio nessuno, in verità. «Licisco Magagnato, il grande vicentino direttore del museo veronese di Castelvecchio, mi invitò a studiare la stella», ricorda Zucchetta. «Sono trent'anni che mi ci dedico e quello che ho scoperto mi ha commosso ed entusiasmato». Congetture a parte, a stupire l'esperto è stato ciò che apparentemente è asettico: i numeri. «Sono partito da un punto segnato sul foglio bianco», spiega l'orefice ripetendo l'esperimento, «e con il compasso ho provato a tracciare un primo cerchio, per vedere se ci fosse una geometria nascosta nella stella». Zucchetta rifà i gesti della sua scoperta per il cronista. È davvero emozionante: potranno vederlo tutti, l'11 aprile prossimo, in una conferenza alla Società Letteraria di Verona. «Traccio con il compasso il primo cerchio, quello più evidente, formato da 34 perle. L'apertura del compasso è di 3 centimetri. Traccio il cerchio che racchiude la struttura esterna descritta dai sei raggi maggiori: l'apertura del compasso è di altri 4 centimetri. Il 3 e il 4, che sommati insieme danno il 7, radice del 34.... Sì, c'è una geometria nascosta sotto la stella, nessuna gemma è messa a caso» e continuando a muovere il compasso, guidato dal numero-chiave 7 («il numero dei fatti misterici») l'orefice ricostruisce tutto il disegno geometrico come l'aveva tracciato il suo collega di 700 anni fa.
Chi poteva averci pensato? Alla corte di Cangrande non mancavano personaggi geniali, come l'astrologo Pietro Nano da Marano, il piccoletto testone raffigurato penitente nel portale di San Lorenzo a Vicenza. Un tipo tosto: gli amici di Giovanni XXII l'accusavano di voler assassinare il papa avignonese con i suoi incantesimi da «maestro di arti magiche».
Malefìci o no, qualcosa da farsi perdonare il Nano ce l'aveva, visto che in morte lascia 12mila ducati (l'equivalente di 42 chili d'oro!) ai procuratori di San Marco: i maestri veneziani responsabili di restaurare e abbellire la Pala d'Oro. «Gli stessi che hanno fatto la stella», dice Zucchetta. Sull'origine veneziana della spilla veronese tutti gli esperti sono d'accordo. Jasminka De Luigi Pomorisac, studiosa morta nel 2007, scoprì sul gioiello il segno di un punzone con il disegno del Leone. «Un marchio di autenticità imposto agli orafi dalla Serenissima dal marzo 1335», precisa Zucchetta, «ma nulla vieta che l'avessero usato anche prima». Già, perché nel 1335 Cangrande era morto e sepolto assieme al sogno dantesco: il Veltro che «di quella umile Italia fia salute» (Inferno, I, 107). Quindi la professoressa Pomorisac pensava che la spilla fosse scaligera sì, ma non di Cangrande: del successore Mastino (un cane che Dante avrebbe sbattuto all'Inferno).
«No, la spilla era proprio di Cangrande», insiste Zucchetta. Un altro argomento gli viene dalle specialità del Pietro Nano astrologo Scaligero: l'alfabeto ieratico e la Cabala, che attribuiscono un numero a ogni lettera. Ebbene: a Canis Grandis de la Scala corrisponderebbe il 34, quello che abbiamo già incontrato nel cerchio di 34 perle, numero-chiave dell'affascinante gioiello. «Eppoi perché la forma a stella?» si appassiona l'orefice. «Perché Cangrande si chiamava così in quanto nato sotto l'influsso della stella più luminosa nel firmamento, Sirio, nella costellazione del Cane Maggiore». La Divina Commedia profetizza su Cangrande: «'Mpresso fue, nascendo, sí da questa stella forte, che notabili fier l'opere sue» (Paradiso, XVII, 76-78). Superstizioni? Dante credeva con san Tommaso che «astra inclinant, non necessitant»: gli astri predispongono, ma non determinano. «I corpi celesti possono inclinare ad agire in dato senso come predisposizioni: perché influiscono sul corpo umano, e quindi sulle facoltà sensitive, che, attuandosi in organi corporei, influiscono come inclinazioni sugli atti umani. Siccome però le potenze sensitive ubbidiscono alla ragione, questa inclinazione non impone nessuna necessità al libero arbitrio, e l'uomo può agire contro l'inclinazione dei corpi celesti». Salvo il libero arbitrio, liberi di credere alla buona stella d'Italia: ci vuole passione, «l'amor che muove il sole e l'altre stelle».

Giuseppe Anti
Correlati

Articoli da leggere

Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento può comportare il trattamento di dati personali: per maggiori informazioni sulle modalità di trattamento e l’esercizio dei diritti consultare le nostre Informazioni sulla Privacy e l’informativa estesa sui cookie presenti in calce al sito web.

pagine 1 di 1