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21 ottobre 2018

Cultura

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24.12.2017

Il primo cristiano
di Verona era
un bimbo di 3 anni

L’epigrafe a San Procolo per Victor(i)nianus, morto a due anni e 11 mesi dopo essere stato battezzato
L’epigrafe a San Procolo per Victor(i)nianus, morto a due anni e 11 mesi dopo essere stato battezzato

Si chiamava Victorinianus, è vissuto alla fine del IV secolo dopo Cristo ed è morto in tenerissima età (per un motivo che si è perso nella notte dei tempi), a nemmeno tre anni: è lui il più antico cristiano veronese di cui abbiamo testimonianza. Il primato, appunto quello di iscrizione paleocristiana più antica di Verona, appartiene a un’epigrafe ritrovata lungo le scale che conducono alla cripta dell’antica chiesa romanica di San Procolo, a poche decine di metri da San Zeno.

 

Un’iscrizione riaffiorata durante i lavori, datati anni Ottanta, di recupero funzionale dell’edificio sacro sorto sull’area di un sepolcreto romano dove, evidentemente (grazie al piccolo Victorinianus ne abbiamo ora le prove) già nel IV secolo era previsto un settore dedicato alla comunità cristiana. Già allora era stata fotografata e studiata. Ma la vera «scoperta», tra quelle lettere incise con poca cura da uno scalpellino su una lastra di calcare locale rozzamente rifinita, risale solo a qualche settimana fa. «Ero a San Procolo per studiare una serie di iscrizioni», racconta Alfredo Buonopane, docente di Epigrafia latina e Storia romana all’università di Verona e autore della ri-scoperta appena pubblicata sulla rivista di settore «Hormos», «quando, rileggendo la lapide in questione, mi sono accorto che di questa epigrafe doveva essere sfuggita all’attenzione degli studiosi precedenti la committenza cristiana».

 

Su quella lastra infatti, in origine coperchio di una tomba terragna, ritrovata in posizione orizzontale in un contesto di reimpiego, alcune righe di testo, ammassate verso l’alto e con lettere poco regolari: «Hic innofitus| Victornianus,|qui vixit anos|II, mesis XI». «Qui (giace) il neofita Victornianus, che visse due anni e undici mesi». Tra queste, ad attirare l’attenzione di Buonopane, una parola in particolare: «innofitus», grafia raramente attestata che sta per «neophytus», sostantivo documentato in molte varianti, che in questo caso presenta all’inizio una -i eufonica, l’elisione della e davanti alla o e l’omissione dell’aspirazione, con uno scambio di i per y.

 

«L’aspetto più interessante di questa nuova iscrizione è certamente rappresentato dal fatto che il piccolo Victorinianus venga chiamato neophytus, vocabolo con cui si indicava un individuo che da poco aveva ricevuto il battesimo. Battesimo che, a quei tempi, avveniva normalmente in età adulta, salvo che, come in questo caso, non vi fosse la necessità in battezzare il bimbo in articulo mortis. Ed è da questo particolare che possiamo considerare il bambino un cristiano. Il più antico di cui abbiamo testimonianza a Verona. Le altre iscrizioni paleocristiane, in città, risalgono tutte al V secolo avanzato o al VI secolo».

 

L’iscrizione di San Procolo, infatti, viene datata da Buonopane tra la fine del IV e i primi decenni del V secolo d.C.: «Considerando il tipo di monumento funebre, gli aspetti onomastici, quelli linguistici, tipici dell’epigrafia tardoantica, e paleografici, come la decorazione: i due delfini che compaiono ai lati del testo sono immagine molto diffusa nella committenza cristiana dell’epoca come metafora della morte. L’ichtýs sotér, infatti, il cetaceo salvatore che accorre in soccorso degli uomini nel momento del naufragio, secondo i padri della Chiesa era metafora della morte e della salvezza: li portava in salvo, traghettandoli verso la nuova vita». Questa ri-scoperta a San Procolo segue quella, sempre da parte di Buonopane, di un’altra interessante iscrizione nella vicina basilica di San Zeno. Un’epigrafe funeraria tardoantica, su un frammento incastonato vicino alla porta laterale, che ricorda la sepoltura di un Massimo, originario del villaggio di Kaprozabada, in Siria. In definitiva, corsi e ricorsi storici. «Già allora, infatti, per ragioni forse legate alla pressione demografica e al conseguente bisogno di nuovi spazi, un nutrito di gruppo di persone provenienti dalla Siria si stabilì in diverse località dell’Italia settentrionale», conclude Buonopane. «Tra queste, oltre a Concordia, Aquileia e Trento, c’era anche Verona». •

Elisa Pasetto
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