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23 settembre 2017

Cultura

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01.11.2013

IL BUIO OLTRE LEI

Gregory Peck (Atticus) e Mary Badham (Scout) nel film Il buio oltre la siepe, dal libro di Harper Lee
Gregory Peck (Atticus) e Mary Badham (Scout) nel film Il buio oltre la siepe, dal libro di Harper Lee

Chi non ricorda Gregory Peck nei panni di Atticus Finch, il padre che i figli (Mary Badham è Scout) chiamano per nome nel film Il buio oltre la siepe (1962), tratto dal romanzo omonimo di Harper Lee. Gregory Peck è Atticus, l'avvocato, l'uomo probo, con la voce pacata, l'orologio che sposta dal taschino alla mano quando riflette. «Eppure», dice Silvia Giagnoni, autrice del saggio Oltre la siepe. Alla ricerca di Harper Lee (Edizioni dell'Asino, 94 pagine, 12 euro), «la protagonista è la bambina di sei anni: Jean Louise, che preferisce farsi chiamare Scout e portare i calzoncini, il cui incubo è diventare “una vera signora del Sud che dà ricevimenti con tè e pasticcini”, come la zia Alexandra dal sottile, ma sfacciato perbenismo». Attraverso lo sguardo irriverente, puro, profondamente giusto di Scout si scopre la cittadina di Macomb (Alabama) con i suoi personaggi: il finto ubriacone Dolphus Raymond, isolato perché ha una moglie nera e un nugolo di figli mulatti; o Mayella Ewell, una disgraziata, senza amici, mai bambina né ragazza, perché da quando le è morta la madre ne ha assunto, in tutti i sensi, il ruolo. Abusata dal padre, vive in un degrado quasi assoluto, i suoi geranei rossi rappresentano un estremo tentativo di portare bellezza in tanta desolazione. Proprio Mayella, che testimonia di essere stata violentata dal giovane nero Tom Robinson, successivamente difeso in tribunale da Atticus, fornisce uno dei due fili conduttori nel romanzo, che nell'anno stesso della sua pubblicazione, il 1960, si aggiudicò il premio Pulitzer; ancora oggi il libro vende ogni anno oltre un milione di copie. «Il romanzo nazionale americano»: e l'ha detto Oprah Winfrey, opinionista al vetriolo e autorità della tv negli Stati Uniti . Silvia Giagnoni insegna comunicazione nell'Università dell'Alabama, nella capitale dello Stato americano del Sud, Montgomery. Cosa ha fatto scattare in lei la molla di scrivere la biografia di Harper Lee? «Ho letto il romanzo solo cinque anni fa, quando sono arrivata qui a Montgomery», spiega la studiosa, «e mi ha folgorato. Subito ho cercato tutto il materiale possibile sull'autrice e ho incontrato le persone del luogo, che la conoscono come “la professoressa”: Nancy Anderson, che la va spesso a trovare nell'istituto assistenziale dove si trova (oggi ha 87 anni ed è quasi cieca) e il reverendo Thomas Lane Butts, suo amico e confessore. Ho assistito, poi, alla rappresentazione teatrale, che danno ogni anno dentro il tribunale ricostruito a Monroeville, la Macomb del libro, e ne sono stata definitivamente conquistata. Mi sono messa sulle tracce di Nelle, come veniva chiamata da amici e familiari Harper Lee». Quale fu la genesi del romanzo-capolavoro? «Harper aveva sempre pensato di scrivere “da grande" anche incoraggiata dall'amico d'infanzia Truman Capote, il grande scrittore, che è raffigurato in Il buio oltre la siepe nel personaggio di Dill, compagno di giochi e fantasie per Scout. Harper se ne andò poco più che ventenne a New York, deludendo il padre, l'avvocato A.C. Coleman, che la voleva vedere laureata in giurisprudenza. Si impiegò invece in una compagnia aerea e cominciò a scrivere nel tempo libero. In quegli anni, elaborò Il buio oltre la siepe, di stampo nettamente autobiografico. Riuscì nell'impresa solo grazie al gesto di amici, presentati da Truman Capote: a un Natale, con un biglietto d'auguri, le donarono un anno di stipendio, perché potesse dedicarsi completamente alla scrittura. Così in un appartamentino di New York senza riscaldamento nacque il celeberrimo romanzo. Dapprima, avrebbe dovuto intitolarsi Atticus». UN DONO che giunse a proposito: averne di amici così... «Certo. C'è da dire che Harper, diventata miliardaria, lo restituì con gli interessi, facendo cospicue donazioni — anonime, come era nel suo stile — a fondazioni culturali». Il titolo inglese del romanzo, To kill a Mockingbird (uccidere un usignolo) è completamente diverso dall'italiano. Perché? «Esprime l'idea di colpire un “diverso”, uno che non fa male agli altri, come appunto un uccellino. La frase è ripresa più volte nel romanzo e si riferisce, principalmente, a Boo: Arthur Radley, il tipo strano del paese, quello che non usciva mai di casa. È il personaggio che alimenta l'aspetto gotico del libro, con i ragazzi — Scout, suo fratello Jem e Dill — che passano correndo davanti alla casa tutta chiusa e buia dei Radley, temendo allo spasimo Boo e inventando leggende fantastiche su di lui e sulla sua stranezza. Boo sarà, invece, colui che, alla fine del romanzo, li salverà da chi voleva accoltellarli: Bob Ewell, il padre di Maybelle, pubblicamente giudicata spergiura dai concittadini, anche se il presunto strupratore da lei accusato, il nero Tom Robinson, sarà ugualmente condannato. Anche Tom è un essere che non fa male a nessuno, un usignolo». Dopo il clamoroso successo di Il buio oltre la siepe, Harper Lee non ha più pubblicato un libro: come D.J. Salinger, l'altro scrittore americano. «I due casi sono diversi», dice Silvia Giagnoni. «Salinger, dopo il celeberrimo romanzo The Catcher in the Rye, da noi noto come Il giovane Holden, si è segregato vivo. Di lui abbiamo solo il flash di un fotografo che lo ritrae con un'espressione alienata. Non credo abbia più messo mano alla penna. Harper Lee, invece, ha continuato a scrivere e ha condotto una vita normale, anche se molto riservata e appartata. Scrivere non vuol dire pubblicare. Suppongo che Harper, travolta dal successo del libro e poi del film, si sia sforzata di ritrovare quella concentrazione, quel magico contatto con il proprio Io letterario, che aveva avuto nel piccolo appartamento di New York. In un'intervista del 1964 dichiara, infatti, che “vorrebbe essere la Jane Austen dei microcosmi dell'Alabama del Sud”. Non ci è riuscita. Si vocifera di un manoscritto degli anni Settanta, che doveva essere il seguito di To kill a Mockingbird, misteriosamente rubato e che la sorella Louise, che avrebbe avuto il privilegio di leggerlo, avrebbe definito “più bello del romanzo precedente". Ma poi non se ne seppe più nulla. Forse semplicemente l'autrice non riuscì più a raggiungere il livello del capolavoro e preferì tacere». C'è un altro fatto che incuriosisce: pur avendo scritto un romanzo che ha per tema la segregazione razziale, Harper Lee non prese mai pubblicamente posizione sul grande problema sociale americano. Come spiegarselo? «Ne ho parlato a lungo con il reverendo Butts, che è invece un attivista antirazzista», risponde Silvia Giagnoni. «Il silenzio di Harper fu anche motivo di attrito tra loro, ma lui lo attribuisce alla natura di lei, estremamente riservata. D'altronde il romanzo non è un manifesto; è il racconto di una storia, che incidentalmente, si dipanò a Monroeville, Alabama». Eppure il libro, e soprattutto il film che lo rispecchia perfettamente, hanno contribuito alla dura lotta per l'eguaglianza nei diritti dei cittadini americani, qualunque fosse il colore della loro pelle. Il buio oltre la siepe ha fatto per l'America nel Novecento quello che, un secolo prima, aveva fatto La capanna dello zio Tom, scritto da un'altra donna coraggiosa, Harriet Beecher-Stowe. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Alessandra Milanese
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