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19 luglio 2018

Cultura

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15.11.2017

TORRE SUD
ULTIMA FOTO

I resti dell’attrezzatura di Bill, con la Canon Eos 30D da cui sono stati recuperati gran parte degli scattiLa Torre Sud crolla: è l’ultima foto di Bill Biggart, alle 10,28. Poco dopo sarà sepolto dal collasso della Nord
I resti dell’attrezzatura di Bill, con la Canon Eos 30D da cui sono stati recuperati gran parte degli scattiLa Torre Sud crolla: è l’ultima foto di Bill Biggart, alle 10,28. Poco dopo sarà sepolto dal collasso della Nord

Ore 8,46 dell’11 Settembre 2001. Il volo United Airlines 11 si schianta contro la Torre Nord del World Trade Center a New York. Alle 9,03, il «175» della stessa compagnia centra la Torre Sud. Muoiono in America, nel giorno che fu «come nessun altro», 2.996 persone, tra civili, poliziotti, vigili del fuoco e soccorritori. Sotto le macerie resta anche un fotografo, Bill Biggart, unico giornalista vittima di un’ora che ha cambiato la storia contemporanea e il modo in cui le immagini la rappresentano.

Aveva 54 anni, la notizia («Un aereo ha colpito il WTC») l’aveva appresa da una voce urlata da un tassista. Recuperata l’attrezzatura, due fotocamere a pellicola e una digitale, si era diretto verso le Twin Towers. In tempo per fotografare il collasso della Torre Sud. Poco più tardi sarebbe stato sepolto sotto le macerie della Nord, la seconda a crollare. «Era un ritrattista, è terribile capire ora quanto fosse vicino», dirà Wendy Doremus, la moglie, di fronte agli scatti salvati dalle macerie quattro giorno dopo il disastro.

Fu, l’11 Settembre, uno spartiacque anche per il fotogiornalismo: insieme ai resti del reporter e ai suoi accrediti stampa vennero ritrovati, rovinati ma in parte utilizzabili, sei rulli di pellicola e una scheda CF (Compact Flash), ancora leggibile, della sua Canon Eos D30: 150 fotogrammi in tutto dai resti di un’attrezzatura semicarbonizzata. Il digitale affiancava da poco la fotografia tradizionale e stava per superarla. Simbolicamente, magari per un caso, tutto ciò accadde in modo eclatante nella data da cui ogni cosa non fu più simile a prima. Quel giorno le telecamere, da terra e sugli elicotteri, raccontavano l’Apocalisse che avrebbe avuto per figlie le «guerre invisibili», impraticabili agli operatori dell’informazione, poi gli attentati, i rapimenti e il terrore diffuso che le cronache ancora per molto avrebbero dovuto raccontare. Oggi il «citizen reporter» è democraticamente onnipresente: esplosioni, stragi e incidenti sono registrati da milioni di cellulari. I fotoreporter arrivano poco dopo, producono immagini che segnano l’evento ma la «breaking news» non è più affare loro, salvo li veda protagonisti. Bill Biggart è stato, in una certo senso, tra gli ultimi alfieri di una razza che lotta, orgogliosamente, per sopravvivere e testimoniare.

In una mattina di cielo blu sopra Manhattan i network televisivi mandavano in diretta, tra un «black out» di trasmissione e l’altro, le immagini dell’Apocalisse del Ventunesimo Secolo. Ogni reporter newyorkese era sulla strada. O in aria, su un elicottero. L’American Airlines «11» vola troppo basso, troppo vicino alla Torre Nord. «Guarda quel tipo...», fa il pilota. John Del Giorno, reporter del Metro Networks-Shadow Broadcasting per Wabc-Tv, cerca la telecamera, inquadra una palla di fuoco. «Ma allora...», urla. «Sì, si è schiantato...». «E a quel punto», confiderà più tardi il giornalista, «bisognava capire come dare la notizia, sapendo che tutta la città (New York, ndr) ci guardava. Come farlo senza creare il panico totale?». Ma in quell’11 Settembre il panico si sarebbe rivelato a conti fatti la preoccupazione minore per ogni giornalista in campo.

Bill Biggart si dirigeva a piedi verso le Twin Towers. Nella prima parte del percorso si era concesso persino qualche scatto «urbano», alberi e case, la sua passione. L’unicità e la follia di quel giorno gli erano venute incontro passo dopo passo. Fumo, fantasmi coperti di polvere, pezzi di esseri umani, sirene, urla e cemento sgretolato. Scattava e avanzava, sapendo di essere dentro la notizia che nessun reporter avrebbe mai immaginato. Usava pellicola e digitale, un passo nel presente e uno nel futuro. Era un reporter indipendente (razza essa pure in via di sparizione)alle prese con la notizia. L’ultimo contatto con la famiglia, con la moglie Wendy, era stato rassicurante: «Non temere, sono con i vigili del fuoco». Erano le sue ultime parole.

Biggart era andato avanti, fin sotto la Torre Sud, già colpita. La sua foto finale mostra il collasso del gigante abbattuto dai terroristi di Al Qaida, alle 10,28 di New York. «Fatemi vedere l’ultima», chiese la moglie quando furono ritrovati i resti del marito-reporter, la sua attrezzatura e l’ultimo servizio in parte miracolosamente scampato al fuoco. Pochi minuti dopo crollava la Nord e Bill Biggart era lì sotto.

Era il 2001, una data che sembra ieri. Cambiava però un’epoca, il mondo sarebbe presto divenuto soprattutto virtuale. Miliardi di persone, di testimoni, ovunque, protagonisti attraverso schermi anonimi e connessi. Per gente come Bill Biggart, «artigiano della fotografia» come si definiva, diretto a passi veloci al centro del pericolo, non ci sarebbe stato più posto. Ma le sue foto sono ancora lì, come le sue Canon carbonizzate. La Storia sa fare selezione.

Il fotogiornalismo è cambiato, i codici di comunicazione non sono più gli stessi, come il mondo dopo quell’11 Settembre. Ma qualcuno continua a dirigersi verso ciò che non si vede né si può conoscere senza un’immagine, per congelare un istante. Altri sono morti. Tutta gente come Bill.

Paolo Mozzo
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