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24 settembre 2018

Cultura

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30.06.2018

ECCO L’AMERICA IN BIANCO E NERO

Pittsburgh, edilizia residenzialeSmith, «Il Forgiatore», un’immagine diventata icona della storia di Pittsburgh, 1957Bambini che giocano tra Colwell Street e Pride Street, Hill District
Pittsburgh, edilizia residenzialeSmith, «Il Forgiatore», un’immagine diventata icona della storia di Pittsburgh, 1957Bambini che giocano tra Colwell Street e Pride Street, Hill District

Del buio e dell’oscurità, espressione di un’intensità sconvolgente interna al racconto di una metropoli industriale. E’ la fotografia, la narrazione visiva di uno degli interpreti di maggior spicco del fotogiornalismo: William Eugene Smith (1918-1978) a cui il Mast – Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia - di Bologna dedica la mostra «W. Eugene Smith: Pittsburgh, ritratto di una città industriale». Uno straordinario reportage che, a partire dal 1955, il fotografo americano realizzò su Pittsburgh in Pennsylvania, la città industriale più famosa del primo Novecento. La rassegna bolognese, a cura di Urs Stahel, attraverso 170 stampe vintage provenienti dalla collezione del Carnegie Museum of Art di Pittsburgh, si focalizza non solo sulla città industriale ma soprattutto sui lavoratori ritratti come corpi che lavorano, figure astratte avvolte dall’oscurità e dal fumo. E Smith, secondo uno stile di memorabili saggi fotografici - dai reportage di racconto sociale durante i periodi della depressione, o della guerra con le fotografie delle battaglie nel Pacifico fino a Okinawa, dove venne gravemente ferito-, si spinge ad indagare oltre una realtà tetra, nella consapevolezza che scavare non sia mai abbastanza, anzi, questo suo reportage diventerà una vera e propria sfida. Il progetto su Pittsburgh, infatti, era considerato da Smith l’impresa più ambiziosa della propria carriera, e segnò un momento di svolta nella vita professionale e personale del fotografo. A 36 anni Smith, dopo i successi ottenuti documentando alcuni dei principali avvenimenti della seconda guerra mondiale per Life, decise di chiudere con la rivista per dedicarsi alla fotografia con una maggiore libertà espressiva, cercando di catturare «l’essenza stessa della vita umana». In questo senso può esser letta la rassegna bolognese, in cui il nero e l’oscurità che si addensano nelle fotografie in bianco e nero, non sono solo un’idea di desolazione ma, anche, la simbolizzazione di una rassegnazione che investe la poetica smithiana, connotata da caratteri forti e drammatici con i primi piani di operai dai volti scavati, in un vuoto interiore che diventa esteriore. Pittsburgh o una sociologia in discussione, sguardo di una realtà tanto difficile da pensare quanto più complessa da ritrarre. Pittsburgh, città di forni e altiforni Bessemer, di acciaierie e industrie pesanti, di volti e corpi neri di fumo, di donne nei sobborghi e bambini agli angoli delle strade, espressione di una comunità che si affacciava sulla nuova scena disumanizzata. Ma Smith, affascinato dalla città dell’acciaio, dai volti dei lavoratori – notevole l’immagine/icona del «forgiatore»-, e dalle contraddizioni del tessuto sociale, costruì scrupolosamente il ritratto di questa città, come uno dei suoi più importanti progetti fotografici. Infatti, in circa tre anni realizzò instancabilmente 20.000 negativi, 2.000 masterprint e per tutta la vita cercò, senza riuscirci mai completamente, di produrre il saggio definitivo che avrebbe rivelato l’anima della metropoli. Lo stesso Smith, riconoscendo le difficoltà incontrate nel comporre in un’unica opera i contrasti di una città così complessa, affermava: «Penso che il problema principale sia che non c’è fine ad un soggetto come Pittsburgh e non ci sia modo di portarlo a compimento». Di certo Smith ha realizzato una straordinaria documentazione visiva, un lavoro di incredibile resa formale e di notevole spessore sociale: è stato in grado di leggere dentro i luoghi del lavoro e di una comunità della quale ha immortalato il senso di insofferenza e infelicità che vi cresceva dentro. •

di Enrico Gusella
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