16 gennaio 2019

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21.01.2014

Errore del cinema sprecare un attore come Arnoldo Foà

L'attore Arnoldo Foà
L'attore Arnoldo Foà

A pochi giorni dalla scomparsa di Arnoldo Foà esce nelle librerie un saggio dedicato all'aspetto meno studiato della sua straordinaria carriera: La voce e il cinema: Arnoldo Foà attore cinematografico (Senso Inverso editore, 68 pagine, 8 euro). Il libro porta la firma di Alessandro Ticozzi, trent'anni. Nel suo curriculum romanzi, poesia e altri tre saggi sulla settima arte: L'Italia di Alberto Sordi (2009), L'inviato dalla rete e Tra cinema e cucina con Ugo Tognazzi (2013). Il volume, agile nelle dimensioni ma denso di informazioni, vanta un'introduzione firmata da Gian Luigi Rondi, decano della critica cinematografica italiana.
Ticozzi ricorda, fino dalle prime righe, come Foà, considerato un mito sia a teatro che in televisione, abbia trovato qualche difficoltà nel trovare il suo giusto spazio sul grande schermo. Nelle parole dell'attore: «Se non vengo utilizzato in cinema come mi spetterebbe, data la mia capacità, è perché i registi, specie quelli nostrani, si trovano imbarazzati di fronte a me per i suggerimenti che accettano dato che sono costretti a riconoscerne il valore, ma che si seccano di dover subire». Una battaglia vinta a colpi di professionalità e ironia, della quale Foà era maestro.
La parte centrale del volume è occupata dalla puntuale disamina di molti titoli, in ordine cronologico, della filmografia di Foà, dagli esordi con Ettore Fieramosca (1938), per la regia di Alessandro Blasetti, fino alla seconda metà dello scorso decennio, quando, seppur novantenne, Foà ancora si metteva disposizione di registi più o meno giovani ma sempre appassionati.
Scorre, davanti agli occhi del lettore, una suggestiva galleria di personaggi e situazioni, condita di citazioni (preziose quelle tratte dalle recensioni d'epoca), aneddoti, ricordi di registi, colleghi e dello stesso Foà. Stupisce riscoprire la versatilità di questo interprete, sempre pronto a mettersi in gioco, anche attraverso generi e stili estranei alla sua formazione. Eppure, in lui, il cinema italiano ha visto più che altro un caratterista: burbero quando non cattivo. «I miei personaggi sono a tutto tondo, anche i cattivi che ho fatto non li ho fatti come fossero stati dei bruti alla Frankenstein, ma degli esseri umani che per una qualche ragione hanno messo nella cattiveria la loro ragione di vita, o per vendetta o per necessità».
Il saggio termina con una parata di interventi: Luca Barbareschi, Antonello Belluco, Alessandro Benvenuti, Paolo Costella, Alessandro D'Alatri, Giuseppe Ferrara, Giuliano Montaldo, Maurizio Sciarra, Ettore Scola e Giovanni Soldati. Ricorda quest'ultimo: «Io ho sempre fatto come voleva lui e poi, anche, come volevo io. Non ho più ritrovato un artista del suo peso e delle sue capacità. Sono molto grato ad Arnoldo per tutto quello che mi ha dato».

Adamo Dagradi
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