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23 aprile 2018

Cultura

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11.09.2010

Elisa, un arcobaleno di voci che strega il pubblico veronese

Elisa durante il suo applaudito show di ieri sera in Arena FOTO BRENZONI
Elisa durante il suo applaudito show di ieri sera in Arena FOTO BRENZONI

Un altro bel miracolo dell'Arena. Un tour che procedeva con diverse migliaia di spettatori a data, ha fatto tappa ieri sera in anfiteatro e la magia del luogo ha radunato quasi 12 mila persone. Un tutto esaurito sfiorato (sono vuote giusto alcune sedie) che ha reso il concerto di Elisa di ieri un evento per lei da ricordare.
Ma sarà indimenticabile anche per i fan, anzi le fan, vista la predominanza di ragazze e donne. Le più scatenate, appartenenti al fan club ufficiale della cantautrice di Monfalcone, l'hanno salutata con una pioggia di pezzi di carta che altro non erano che i testi delle sue canzoni. In un altro momento topico del concerto sono piovuti coriandoli ma «voi siete meglio dei fuochi d'artificio», ha ribattuto Elisa, visibilmente emozionata, tanto da pronunciare qualche grazie appena. «Di solito parlo poco», ha confessato, «ma la bellezza dell'Arena mi toglie tutte le parole».
Non la voce, però, che esplode in tutta la sua potenza in "This knot", brano d'apertura.
Il mistero della sua vocalità è aumentato dalle parole in inglese. Siamo tra quelli, infatti, che apprezzano di più Elisa in versione internazionale. Quando canta in un'altra lingua, infatti, si trasfigura, e ieri sera era possibile vederla mutare espressione mentre affrontava brani difficili come "Heaven" e "Stay", conclusi con vocalizzi estremi.
Peccato che, almeno all'inizio, l'apporto delle tre vocalist del gruppo rendesse difficile trovare la sua voce all'interno del suono pastoso e talvolta pesante (nel senso di "heavy") della band. "Eppure sentire" è l'emblema della dicotomia italiano-inglese: potrebbe essere la "pausinizzazione" di Elisa che invece si salva nel finale trattando la sua voce come uno strumento da portare dove lei sola sa. Anche nel finale di "Lisert" si lascia andare e trasforma la parola "always" in puro suono che perde significato per diventare altro. Come al termine di "Una poesia...", dove il vocalizzo non dice nulla e non ha alcun senso se non la bellezza sonora che incarna.
Nella parte centrale del concerto, le sorprese maggiori, con una versione da cantautrice americana (Aimee Mann e Tori Amos) di "Rock your soul", una "Fairy girl" beatlesiana, stile "Strawberry Fields...", e classici come "Mercedes Benz" di Janis Joplin (in realtà contenuta nella prima parte del set), "Wild horses" dei Rolling Stones e "Hallelujah", scritta da Leonard Cohen e riportata in vita a metà anni '90 da Jeff Buckley. Elisa, che ci crediate o no, riesce a non perdere il confronto con gli originali. Saluta la Joplin come «una stella» e Cohen come «un poeta», ma è a Buckley figlio (dell'altrettanto grande Tim) che guarda quando intona l'alleluia. Chi fosse entrato in Arena in quell'istante, con la gente a sussurrare l'alleluia, avrebbe potuto pensare a una cerimonia religiosa, con la canzone successiva intitolata "Prayer".
Nella terza parte, hit come "Gli ostacoli...", "Almeno tu nell'universo" e "Together". L'impressione è che Elisa possa cantare di tutto, da Mia Martini a Cohen, ma anche l'elenco del telefono, i salmi, la techno, le istruzioni di un elettrodomestico, e che le basterebbe aggiungere un accordo di piano per colpire al cuore.
A chiudere tutto, "Redemption song" di Bob Marley ma una voce come quella di Elisa non ha bisogno di redenzione.G.BR

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