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16 gennaio 2018

Cultura

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11.09.2009

Dalla: La mia Tosca così pop, così disperata

 Lucio Dalla
Lucio Dalla

Un'opera pop nel senso di popolare, lontana «dalle pellicce e dagli smoking della lirica».
È nelle diverse declinazioni di «pop» che si concentra l'essenza della «Tosca - Amore disperato» di Lucio Dalla, in programma domani alle 21 in Arena con l'Orchestra del Festival Puccini di Torre del Lago.
A spiegarcela è lo stesso musicista bolognese con un impeto che lascia poco spazio alle critiche dei puristi.
Perchè riprendere un'opera di Puccini in chiave pop?
Perchè Puccini è pop. Senza di lui non esisterebbe il 50% di quella che chiamiamo oggi musica leggera. E perché è modernissimo: il primo quarto d'ora del film «Il gladiatore» con Russell Crowe è totalmente pucciniano. Senza Puccini non ci sarebbero stati nemmeno i musical di Lloyd Webber.
Cosa indica esattamente la dicitura «Tosca di Lucio Dalla»?
Che mi sono occupato di tutto; ci manca solo che dia una spazzata al palco a fine serata. A parte le battute, all'inizio, su suggerimento del produttore, David Zard, un «pazzo» che segue le mie intuizioni, ho cominciato con le musiche. Poi non mi piaceva il libretto e mi sono messo a scrivere i testi, finendo per curare anche la regia. Mi piace tutto questo, e mi avvicina a Puccini, un artista che si occupava anche di regia e organizzazione.
Nella sua «Tosca» c'è anche un lieder di Mahler. Non le manca il coraggio...
Certo, la musica non è un'entità fissa con steccati precisi. Io vedo una continuità nei secoli e nelle arti. Per me Caravaggio è moderno come Bacon, così come attuali sono Leopardi, Bertolt Brecht e Kurt Weill... Nella mia «Tosca» ho aggiunto un testo a un «kindertotenlieder» di Mahler, per un episodio che manca nell'opera pucciniana.
Farà storcere il naso ai puristi...
E allora? Per me Puccini e Verdi fanno musica pop; Rossini è come Frank Zappa. E Pavarotti è un cantante pop. Diamo alla lirica una sacralità che non ha senso. Come la questione che i cantanti lirici non debbano essere amplificati. L'ultima volta che sono stato all'Arena a vedere un'opera, ho dovuto stare immobile, con le orecchie tese, per poter sentire qualcosa... Bisogna innovare, portare una ventata d'aria fresca che attiri i ragazzi, quelli che restano fuori dai teatri della lirica dove i pubblico è in pelliccia, ingioiellato e con lo smoking. Ma spero che, dopo la mia «Tosca», i ragazzi vadano a vedere quella di Puccini. Il vero capolavoro è la sua opera, non la mia.
«Tosca», «Notre Dame» in anfiteatro ieri e stasera, «Giulietta e Romeo» di Cocciante, «Dracula» della PFM e la «Pia» di Gianna Nannini: è arrivato il tempo di un cartellone di opere popolari?
Sì, in Arena, il luogo-catalizzatore perfetto.

Giulio Brusati
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