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23 settembre 2018

Cultura

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04.06.2018

Piperno e due giganti «Stendhal e Flaubert è questione di stile»

Alessandro Piperno ieri pomeriggio al Giardino Giusti FOTO BRENZONI
Alessandro Piperno ieri pomeriggio al Giardino Giusti FOTO BRENZONI

«Vivesse oggi e vi venisse il desiderio di invitarlo, non riuscireste mai a portarlo qui al Festival della bellezza. Garantito: Gustave Flaubert rimarrebbe nella sua clausura a scrivere, al ritmo di quattro-cinque righe al giorno». E Stendhal? Alessandro Piperno non si è posto la domanda, ma la risposta più probabile sarebbe stata: nemmeno lui, avrebbe avuto altro da fare. E allora, a far rivivere gli autori di Madame Bovary e La Certosa di Parma, ci ha pensato l’autore di Il manifesto del libero lettore, ospite al Giardino Giusti dell’incontro «Chi aveva ragione tra Stendhal e Flaubert?», appuntamento pomeridiano del Festival della bellezza. «Un cialtrone di genio» il primo, un personaggio creato da se stesso il secondo. Lui, non la sua Emma Bovary. Di Flaubert ha scritto così in un saggio Jorge Luis Borges, il «cialtrone» è invece farina del sacco di Piperno (e mal gliene incolse: «Lo descrissi così per fare colpo sui miei studenti, per catturare la loro attenzione. Il guaio è che poi di Stendhal ricordavano solo questo e a ogni esame, forse anche per prendermi in giro, ripetevano: “Ah, quel cialtrone“ dimenticandosi spesso di aggiungere “di genio”»). «Flaubert sosteneva che non si vive d’ispirazione perché essa è sviante, che scrivere è studio, sacrificio e alla fine lo si deve fare il meno possibile», ha raccontato Piperno. Anche se la sua produzione media era di 50 pagine all’anno, Flaubert dedicò tutta la sua vita alla scrittura, in maniera maniacale: leggeva con voce stentorea ciò che aveva scritto, ascoltando il suono delle parole, per sentire, appunto, se suonavano bene. «Si arriva allo stile, sosteneva l’autore di Madame Bovary, con grande fatica», ha spiegato Piperno. «Il vero artista della narrativa non è colui che dice e racconta le cose bensì chi sa trovare i termini giusti, esatti, precisi per ogni cosa. Un anti romantico». Eppure con una contraddizione, ha sottolineato Piperno: «Non è forse romantico rinunciare a tutto solo per la scrittura?». Non un’esclusiva di Flaubert: «Stéphane Mallarmé, ecco un altro che credeva che si potesse scrivere solo un libro». E il «cialtrone»? «Ah, Stendhal non si faceva di questi problemi. Le sue prime opere erano un saccheggio di scritti altrui», ha raccontato Piperno. Un po’ il copia-incolla di oggi, pensi. «Ma c’era un pensiero di base», ha chiarito Piperno: «Se l’arte è apprezzabile, va condivisa, divulgata. Chi se ne frega se è plagio? Per Stendhal non conta chi scrive bensì che cosa viene detto. Tutto il contrario di ciò che avviene oggi: sulla copertina è importante che Down Brown appaia in caratteri cubitali, il titolo del thriller passa in secondo piano...». E alla narrativa, altra differenza con Flaubert, Stendhal è arrivato tardi: prima c’erano l’Italia, le donne, le passioni, i paesaggi, il calore, la vita sociale, gli amori, «quasi che la scrittura entrasse in scena quando ormai la vita avrebbe avuto ancora poco da aggiungere». Honoré de Balzac, nella recensione entusiastica che fece del romanzo, aggiunse però che La Certosa era stato scritto troppo velocemente (52 giorni, si dice). Stendhal gli rispose che a lui andava bene così, che gli interessava che cosa raccontava e non come lo faceva. Allora: ha ragione un perfettino come Flaubert o un fiume in piena come Stendhal? Difficile rispondere, perché, conclude Piperno, è una questione di stile. «Il primo insegna che non devi avere distrazioni, che la scrittura è sacrificio, costanza, un distillato nel quale sul contenuto prevalgono la forma, il ritmo, la melodia del narrare; il secondo invece dimostra che c’è una felicità nella narrativa, una libertà anche quando si scrive di cose tristi. È un gioco costruire una trama, prepararla». Fate un po’ voi. •

Andrea Sambugaro
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