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20 settembre 2018

Cultura

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23.06.2018

La rivincita di Govone Ora colle Belvedere è suo

L’Ossario di Custoza nella serata del concerto per i 150 anni della battaglia di Custoza 1866-2016
L’Ossario di Custoza nella serata del concerto per i 150 anni della battaglia di Custoza 1866-2016

In quel lungo giorno infernale, provato dalla fatica, dalla fame e dalla sete, cercò invano con i suoi uomini di arrivare in cima a monte Belvedere, dove oggi sorge l’Ossario di Custoza. E vane furono le sue disperate richieste di aiuti al comando generale dislocato comodamente a Villafranca e lontano dai tumulti che facevano vibrare la terra delle colline moreniche. Ore e ore su quella salita che domani sarà sua per sempre. Del generale Giuseppe Govone (Isola d’Asti 1825-Alba 1872), comandante della nona divisione, il 24 giugno 1866, giorno della battaglia di Custoza. L’amministrazione di Sommacampagna, guidata dal sindaco Graziella Manzato, ha deciso, infatti, di intitolargli la salita che porta all’Ossario, sacrario eretto nel 1879 che custodisce le spoglie di 1.894 soldati caduti di tutti gli eserciti nelle guerre di Custoza, del 1848 e del 1866. E le autorità scopriranno, alle 20.15, il cippo toponomastico. Seguirà la lectio magistralis «Govone, l’uomo del Risorgimento» dello storico Marco Scardigli biografo del generale. Alle 22, chiuderà «Frammenti di Risorgimento», concerto per quartetti d’archi, soprano e voci, organizzato dall’associazione Crea di Custoza e dal regista teatrale e storico Carlo Saletti, autore dell’allestimento delle sale museali multimediali nella casa dell’ex custode dell’Ossario, dove un ologramma di Govone racconta quell’interminabile 24 giugno. Sinonimo di sconfitta militare (la seconda dopo quella incassata dai piemontesi nel luglio 1848), non per mancanza di valore delle truppe ma per carenze funzionali degli alti comandi, la battaglia di Custoza nel 1866 apre la Terza guerra d’indipendenza che si concluderà in ottobre con l’annessione del Veneto all’Italia. Alleato della Prussia che ha dichiarato guerra all’Austria una decina di giorni prima, il regno d’Italia si schiera contro l’Impero austriaco incuneato col Veneto nello Stivale. L’esercito guidato dal generale Alfonso La Marmora ha un corpo di 260mila soldati; molti più degli austriaci dell’armata del Sud, acquartierata a Verona (poi spostata verso Valeggio il 24) e comandata dall’arciduca Alberto d’Asburgo che - a differenza di La Marmora - seguirà i suoi soldati ora dopo ora. Il piano di guerra italiano, delineato non senza discussioni tra comandi, prevede la suddivisione delle truppe in due: dodici divisioni devono varcare il Mincio agli ordini di La Marmora; otto entrano in Veneto passando dal basso Po col generale Enrico Cialdini. Ma le due strategie non si agganciano e incomprensioni, mancanza di accordi preventivi, supposizioni strategiche sbagliate, errori tattici e una scarsa conoscenza del territorio concorreranno a vanificare i valorosi sforzi delle truppe e la superiorità numerica italiana. I militari sono sparpagliati su un fronte troppo ampio e impegnati in combattimenti slegati nello spazio e nel tempo: dall’alba tra Peschiera, Valeggio e Villafranca è un brulicare di soldati italiani e austriaci, come tra Oliosi e Castelnuovo, Fornelli, San Rocco e San Giorgio in Salici, tra Valeggio e Pozzolo, da Quaderni e Rosegaferro a Pozzomoretto e Sommacampagna. Govone pagherà più di tutti. Mentre nella piana di Villafranca gli squadroni austriaci caricano infrangendosi contro i quadrati delle fanterie italiane dove, con la 49ma, c’è il principe Umberto, dalle 10 austriaci e italiani si contendono le colline moreniche. I primi conquistano l’altura di Custoza, dopo aver attaccato i granatieri di Lombardia, stanziati al Gorgo al comando del principe Amedeo di Savoia e aiutati dai granatieri di Sardegna. Gloriosa è l’azione di Govone che prepara il fuoco d’artiglieria e lancia all’assalto i bersaglieri. Firma una serie di contrattacchi che potrebbero assicurare la vittoria agli italiani, ma i suoi soldati, dopo una giornata di aspri combattimenti, hanno bisogno di rinforzi: delle due divisioni di fanteria e della cavalleria, per esempio, che stazionano inattive a Villafranca, in previsione di un’invasione del nemico che da quella parte non arriverà mai. Al comando, il generale Enrico Morozzo Della Rocca è sordo ai suoi appelli come a quelli del principe Umberto e di Nino Bixio. Mentre i comandi litigano e si apprestano a ritirarsi, Govone è tra i pochi a voler riprendere l’offensiva. Invano. Alle 15.30, un momento di tregua fa sperare in un epilogo. Ma alle 17, un poderoso attacco austriaco diretto al Belvedere e la carica finale guidata da Joseph von Maroicic sovrastano gli italiani. Il comando ordina la ritirata. Attorno alle 21.30 si ripiega verso Valeggio e Goito. •

Maria Vittoria Adami
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