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18 novembre 2018

Cultura

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04.07.2018

La lavandaia, la torre, la capanna Ecco il Tomaso Porta ritrovato

Paesaggio con torre, castello, torrente e personaggi
Paesaggio con torre, castello, torrente e personaggi

«Paesaggio con torre, castello, torrente e personaggi» (cm.173 x 251), olio su tela, rintelato e rinforzato il telaio per misure assai vicine ad un telero. Opera ricca di riferimenti iconologici alla migliore produzione di Tomaso Porta, cui attribuisco senza incertezze la tela per i motivi che di seguito espongo. Una premessa è necessaria per questo artista paesista, per il quale molto poche sono le date che ci aiutano: la nascita a Brescia il 21 dicembre 1686; il matrimonio avvenuto in Verona nella chiesa dei Santi Quirico e Giulita il 23 febbraio 1718; sei atti di battesimo di sei dei sette figli che ebbe da Elisabetta Tranqullini di Povegliano (manca quello del più famoso ed importante dei suoi figli: Andrea, nato nel 1719); il 1737 dietro i tre grandi quadri della Sala Gialla della Villa Sagramoso Perez Pompei di Illasi; il 1757 sugli affreschi realizzati con il figlio Andrea nella Villa Pompei Carlotti di Illasi e sul retro di due piccoli oli di proprietà privata udinese; il 4 dicembre 1765 negli affreschi nella Villa Trissino a Trissino. Infine l’atto di morte il 30 aprile 1766. Una premessa necessaria per inquadrare il problema della datazione di un’opera importante, ricca e preziosa dal punto di vista pittorico come questa recentemente comparsa sul mercato antiquario veronese. Il tema è quello più gradito al pittore nel suo momento d’ingresso in Verona, quello lodato da B.Dal Pozzo ne “Le vite de’ Pittori degli Scultori et Architetti veronesi” (Verona 1718) e accompagnato dalla stima di un artista come Simone Brentana (1656 -1742) che fa da padrino al battesimo della figlia Elena nel 1722 e del conte Nicola Giustiniani padrino nel 1729 per il battesimo del figlio Domenico: figure eleganti in primo piano (una donna che pone nelle mani di un’altra donna un pane, mentre un signore sdraiato sembra gustarne un altro pezzo); capre e pecore in giro per il prato e una lavandaia a sinistra, mentre sotto un grande arco due personaggi lontani confabulano. A destra una casa-capanna e dietro una torre. Lontano un castello e sulla estrema sinistra uno spumeggiante torrente. La sicurezza nelle figure ha spesso fatto pensare, in altri dipinti, alla mano di un coetaneo veronese di Tomaso, Domenico Pecchio (1689-1760). Paesista anche Pecchio. Non credo sia sempre strettamente necessario pensare ad un aiuto per le figure, perché, fino alla fine della sua carriera di pittore, nei quadri e negli affreschi di Tomaso troviamo tante figure, a volte molto eleganti, a volte alquanto impacciate, a volte sicuramente graziose. Ma non è questo il problema più significativo per l’attribuzione della grande tela a Tomaso. I motivi sono due: uno di carattere generale, riferimenti culturali; ed un altro di appartenenza e somiglianza con altre tele firmate e datate. Anche in questa tela Tomaso rivela il ricordo degli insegnamenti del Cavalier Tempesta (il maestro di chi maestri non ne ha avuti) e di Salvator Rosa. Sono reminiscenze quasi in filigrana sentimentale oltre che cromatiche e di forma, che vanno ad unirsi ad altri ricordi di Zais, Zuccarelli, Marco e Sebastiano Ricci. Formule fiamminganti che mescolano la loro natura romantica con le aperture solari della grande maniera tiepolesca, a Verona presente e interpretata da Simone Brentana che teneva scuola e bottega. E ancora altri suggerimenti tardo barocchi cui Tomaso tiene almeno fino agli affreschi di Villa Carlotti di Illasi. Il riferimento, a mio avviso vistoso per paesaggio, colori, atmosfere, ambienti, è con i grandi verticali della Sala Gialla della Villa Sagramoso Perez Pompei di Illasi, datati e firmati sul retro 1737: opere che si accompagnano ai lavori nella stessa villa di maestri del livello di G.B. Cignaroli e Antonio Balestra, ad indicare l’apprezzamento della committenza per Tomaso. Infine la sua firma tutta speciale: la pianticella in primo piano del Tasso Barbasso, che Tomaso pone sempre nelle sue tele come suo specifico segno e autografia. Quindi questa grande tela sicuramente di Tomaso Porta è databile intorno alla fine del IV decennio del 1700, per la sua grandezza e ricchezza, frutto di un’importante committente. •

Francesco Butturini
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