19 febbraio 2019

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25.11.2018

Il sogno tirolese del sottotenente Montale

Eugenio Montale soldatoIl castello di Ehrenburg / Casteldarne in Val Pusteria dove soggiornò Eugenio  Montale
Eugenio Montale soldatoIl castello di Ehrenburg / Casteldarne in Val Pusteria dove soggiornò Eugenio Montale

Nel 1968, a cinquant’anni dalla fine della prima guerra mondiale, Eugenio Montale aderì a un’inchiesta di Manlio Cancogni che consisteva nel rispondere alle seguenti domande: «dov’era il giorno dell’armistizio? Che cosa faceva? Quali furono i suoi pensieri?». Nella sua risposta il poeta, dopo aver descritto Valmorbia, località della Vallarsa in cui operava il reparto di appartenenza (158° Reggimento di Fanteria, Brigata Liguria), si compiace di rappresentarsi in uno scalcinato autoritratto: «un altro problema per me erano le fasce mollettiere: non riuscivo mai ad avvolgermene intorno ai polpacci, camminando si sfacevano, me le trascinavo dietro nel fango come code. Ero l’ufficiale peggio vestito del reggimento, la giacca mi cadeva sulle spalle, il berretto, tutto schiacciato, pareva una frittata». Montale ricorda di essere stato «uno dei primi a entrare a Rovereto, dopo gli Arditi», il 3 novembre 1918. L’Austria era ormai battuta; soldati sbandati si davano prigionieri gridando “bitte, bitte”, rinunciando a qualsiasi resistenza organizzata. Lo spettacolo è desolante: «porte sfondate, mucchi di spazzatura dappertutto… c’erano anche molti prigionieri, magri, grigi». In un paese sulla strada di Trento, Montale assiste alla fucilazione di un soldato che, avendo rubato un orologio, era stato condannato a morte per saccheggio: «alla scarica, vidi chiaramente una cosa bianca che saltava in aria, il cervello, mentre il corpo si afflosciava giù». La tremenda scena non gli fece un grande effetto: «ma che cosa poteva fare effetto in quelle circostanze? Era come un sogno; un grande sogno in cui tutto poteva accadere. Io avanzavo come un sonnambulo. Subito dopo ci dissero che avevamo vinto la guerra». L’episodio della fucilazione, in realtà, lasciò una traccia profonda nell’animo del poeta, che lo rievocò ripetutamente, ad esempio nelle conversazioni con Irma Brandeis, integrando la narrazione con particolari aggiunti con gli occhi «riempiti di lacrime». In realtà, come precisa lo stesso Montale, due furono i militari condannati per furto e fucilati. Uno di loro «saltò nel fiume mentre lo stavano bendando, e gli spararono dalla riva prima che potesse scappare. L’altro fu condotto sul luogo dell’esecuzione, e subito scoppiò a piangere gridando: “sono il figlio di un professore di geografia”». Di tutt’altra specie è l’esperienza vissuta a Kiens/Chienes, in val Pusteria, dove nel novembre-dicembre 1918 era stato mandato a presidiare la zona. Il ricordo si colloca in una singolare dimensione onirica. «Qui — ricorda Montale nella citata intervista — m’accadde una cosa che non so ancora spiegarmi. Voglio dire che non sono in grado di stabilire con sicurezza se si sia trattato di una cosa vera, o di un sogno. Una sera fui invitato a pranzo da un signore del luogo, un patrizio asburgico, non ricordo se conte o barone, che aveva una villa, un castello vicino al paese. Ci sono di questi nobili, in Alto Adige, d’origine antichissima, i Wolkenstein, i Vogelweide, eredi dei Minnesänger medievali, e ci sono anche i loro castelli; resta da vedere se quello in cui entrai quella sera era vero, o frutto della mia fantasia. Ricordo che era molto bello, belle sale, bei mobili, bel vasellame. L’ospite, un signore anziano, molto distinto, si disse onoratissimo di ricevere un ufficiale del valoroso esercito italiano; anch’io mi dissi molto onorato. Cenammo a un tavolo molto lungo, lui da un capo, io dall’altro. Non ricordo che cosa ci dicemmo, che cosa mangiammo. I servitori erano anziani, in livrea, anch’essi molto distinti. Poi il buio. Non ricordo d’aver più rivisto né il castello, né il signore, né i suoi servi. Più niente. Eppure non credo di avere sognato. Io non ricordo nulla di quel che sogno. Questa storia invece l’ho chiarissima nella mente, in tutti i particolari, il vasellame, le calze dei servitori, i baffi del padrone di casa. Dall’Alto Adige ci rimandarono in Italia». Abbiamo testimonianza che nel rasserenante soggiorno a Kiens Montale recuperò quell’equilibrio fisico e psicologico, scosso dagli aventi degli ultimi, concitati giorni di guerra. Scrive infatti la diletta sorella Marianna in data 29 novembre 1918: «Eugenio manda delle bellissime cartoline dal Tirolo e mi sembra più… arzillo» (Lettere da casa Montale, a cura di Zaira Zuffetti, Milano 2006, p. 462). L’esperienza richiamata nell’intervista a Cancogni ritorna nella poesia Visitatori compresa nel Diario del ’72. Dopo aver affermato la ciclicità della sua memoria, che lascia cadere i fatti di ieri e ripropone volti e gesti rimossi, così Montale rievoca la cena al castello: «C’era un vecchio patrizio nel Tirolo alto / che a guerra appena finita accolse nella sua reggia / con tovaglie di Fiandra, porcellane di Sèvres / vini della Mosella, delikatessen / lo sbracato invasore ch’ero io, offuscato / dalla vergogna, quasi incerto se / prosternarmi ai suoi piedi». Si può aggiungere una postilla sul luogo in cui si colloca il «sogno»: si tratta con tutta probabilità di Ehrenburg/Casteldarne, maestoso castello a un chilometro e mezzo da Kiens: imponente complesso con torri, due ordini di logge e magnifiche sale, in cui si conservano insigni opere d’arte e sontuosi arredi. Se l’ipotesi è fondata, il «signore del luogo, un patrizio asburgico», dal quale il poeta afferma di essere stato cavallerescamente accolto, non può essere che un membro della famiglia dei conti Künigl, cui il castello appartenne dal medioevo fino al 2010. Tra i membri più illustri di questa famiglia ricordiamo Kaspar, condottiero di Massimiliano, che si fece effigiare nel 1510 dal Falconetto come committente del grande affresco in San Giorgetto dei Domenicani in Verona, e Kaspar Ignaz, principe vescovo di Bressanone (1702-1747). Sulla scorta di quanto si legge nell’affidabile Tiroler Burgenbuch (vol. IX, Bolzano 2003, p. 90), colui che così signorilmente ospitò Montale può essere identificato con buon fondamento nel conte Erich Karl Künigl, nato a Ehrenburg il 20 giugno 1880 e morto a Brunico il 3 dicembre 1930. Il soggiorno a Kiens si concluse il 31 dicembre 1918: in quella data lo Stato di servizio registra la partenza del sottotenente Montale «da territorio dichiarato in istato di guerra», nonché il suo arrivo a Genova il 2 gennaio 1919. Ma non tornò a casa. Fu comandato infatti presso la Divisione di Torino e distaccato al 92° Fanteria a Lanzo Torinese, dove gli fu affidata la direzione di un campo di prigionieri austriaci, «bravissimi giovani». Sfidando i regolamenti, Montale portava con sé all’opera di Torino uno o due prigionieri appassionati di musica, «cosa proibitissima». Lui aveva sostituito la sciabola con un «bastoncino di bambù col manico d’avorio». Aveva ragione Marianna, allorché il 24 settembre 1917 scrisse che il fratello era «capace di morire lui, ma non di ammazzare gli altri». •

Gian Paolo Marchi
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