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16 dicembre 2018

Cultura

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09.10.2016

Casarini, pittore enciclopedico
con richiami al ’400 toscano

L’artista Pino Casarini, scomparso nel 1972
L’artista Pino Casarini, scomparso nel 1972

Pino Casarini è nato a Verona il 7 giugno 1897 dove è morto il primo aprile 1972. Come definire questo artista sempre in bilico fra modernità e tradizione, fra novecentismo, realismo magico e cubismo? La migliore definizione sia quella che Casarini si diede scrivendo ad Elide, la sua futura moglie: «Casarini pittore enciclopedico».

Caricaturista, disegnatore pubblicitario, scenografo, ritrattista, grande frescante – per mezzo secolo sicuramente il più richiesto a livello nazionale – disegnatore raffinato e anticipatore delle scenografie cinematografiche: a Venezia!

È veramente difficile fissare in una sola immagine, per dirla con Casarini stesso, in una sola inquadratura, questo artista veronese, insaziabile e inquieto, ironico e autoironico, scrutatore appassionato del presente, ma attento conoscitore dello splendore del Rinascimento; libero sempre, anche quando aderiva convintamente al fascismo e però non esponeva alle due mostre sul Novecento di Margherita Sarfatti e veniva criticato sia da sinistra (Giuseppe Marchiori) che da destra (Efisio Oppo).

I suoi affreschi sono presenti in decine e decine di chiese e palazzi (dal duomo di Sacile al palazzo reale di Bolzano, oggi Villa Roma, dalla sala Boggian di Castelvecchio e nel salone del Due Torri di Verona a tante chiese e chiesoline del Veneto, del Trentino, del Lazio) e rivelano una continuità con il passato più classico e contemporaneamente un’apertura ad una modernità discreta (senza esagerazioni) che ha condiviso con il suo maestro, Carlo Donati, e i compagni frescanti: Angelo Zamboni in particolare.

I recentissimi restauri sugli affreschi al Due Torri hanno evidenziato appieno la sua mano, sciolta, leggera, la sua abilità nella composizione e, soprattutto, negli accostamenti cromatici che sono solo suoi, anche se, a prima vista – è proprio il caso di dirlo – ti sembra di aver già visto qualcosa di simile in Sironi, in Carena, in un primo Guidi. Poi guardi meglio e vedi che è tutta nuova la sua narrazione pittorica.

Se posso fare un raffronto, andrei al quattrocento toscano, a Masaccio, a Masolino da Panicale, a Paolo Uccello. Credo che questi e solo questi siano stati i suoi referenti, anche quando, nel secondo dopoguerra, conosce in diretta le novità picassiane e si confronta con le scomposizioni cubiste e certo espressionismo che a Verona aveva in Guido Trentini esempi non secondari.

Casarini è vicino alla figura di intellettuale organico come Antonio Avena, con cui condivide una lunga e fortunata esperienza di scenografo areniano, ma condivide con lui e con Carlo Anti, altro veronese di livello internazionale, la passione per la ricerca storica mai sazia, che trova nelle scenografie ampi spazi di rappresentazione, ma non solo nelle scenografie. Come faceva e aveva fatto negli anni ’30 un altro suo amico veronese, Albano Vitturi.

Una inquietudine di ricerca che lo accomunava con un altro grande del 900 e suo amico: Pio Semeghini, con cui condivideva quel delicato recupero del Settecento veneto e del classicismo lagunare che Semeghini riproponeva negli omaggi e dei d’après, e Casarini nella riproposizione di linguaggi, di forme e di figure come realizzava nel 1939 nel grande telero con La disfida di Barletta, opera che vince il premio Ussi e che incontrò vivaci critiche (soprattutto da destra) e una certa insoddisfazione (soprattutto da sinistra). A Casarini non importava molto l’accoglienza: in quello stesso anno non partecipò né al Premio Bergamo (di sinistra, camuffata) né al Premio Cremona (di destra aperta). Le sue opere su tela e su faisite si trovano nel museo di Sacile che nel 1992 gli ha dedicato una grande antologica, venti anni dopo l’antologica in sala Boggian a Verona.

Francesco Butturini
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