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18 ottobre 2018

Cultura

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09.11.2017

Bocchetta, 99 anni Tutti in direzione
ostinata e contraria

Deportati nei campi di concentramento nazistiVittore Bocchetta mercoledì festeggerà 99 anni
Deportati nei campi di concentramento nazistiVittore Bocchetta mercoledì festeggerà 99 anni

Trovare una definizione per lui è arduo, quanto riassumere in breve la sua vita: ha percorso il Novecento dilaniato da due guerre, ma anche costellato di momenti di fulgore artistico e culturale. Vittore Bocchetta, scultore, pittore, antifascista, ex deportato, componente del primo e del secondo Comitato di liberazione nazionale, veronese d’adozione, mercoledì compirà 99 anni, di peripezie, difficoltà, lutti e gioie e un fil rouge esistenziale: Verona. La città nella quale giunse da bambino, col trasferimento del padre ufficiale del genio militare originario della Sardegna. E nella quale è sempre tornato: dopo il rientro in Sardegna per la morte del padre, nel 1935; durante gli esami a Firenze per la laurea in lettere; dopo la deportazione a Flossemburg nel 1944; e ancora dopo la seconda vita trascorsa in Argentina e a Chicago, dove si è affermato come artista di fama internazionale e insegnante all’università. Ci è tornato sempre e ci vive, ironia del destino, a due passi da Forte Procolo, dove furono fucilati il partigiano Lorenzo Fava e Galeazzo Ciano. «Verona è il mio amore. Qui è morto mio padre, la mia quercia». Alla città ha regalato due monumenti agli Scalzi: quello di Don Chiot che sbuca da un muro guardando le carceri («Ieratico, indisciplinato, era un amico che mi ha benedetto quando mi hanno insultato e quel giorno mi sono riconosciuto nella sua solennità», dice).

E a Verona, indipendente di spirito e nemico dell’antilibertà («misfatto della verità») diventa antifascista. Per uno schiaffo. «Ero al bar Cavour di piazza Bra, in un pomeriggio piovoso. Avevo 20 anni e non avevo un soldo in tasca. Ero entrato per ripararmi dalla pioggia. Arrivarono due banditi con la M sulla giacca gridando di alzarsi in piedi per il bollettino. Risposi che ci si alzava solo per il primo della giornata. Rimediai uno schiaffo e col pugnale mi bucarono il cappotto». È il suo primo arresto con condanna a sei mesi di vigilanza. «Ecco il fascismo!».

A quel tempo Vittore studia con Tristano Codignola, socialista, e i suoi miti sono Francesco Viviani (Partito d’Azione) e l’avvocato Giuseppe Tommasi antifascista. Frequenta anarchici, liberali, socialisti e comunisti. Domaschi, Cantaluppi, Zenorini, Bravo e De Ambrogi sono amici che ricorda come fosse ieri. «Sono l’ultimo superstite dell’antifascismo veronese», racconta: «Viviani, austero, latinista, “Occhio d’aquila, gamba di cicogna, mi diceva, siamo i cadetti di Guascogna“; ci passavamo Dante in carcere, mi chiamava figliolo. Tommasi, integro fino all’ultimo giorno, torturato da Furlotti che poi guiderà il plotone di esecuzione di Ciano». Sono compagni di prigione a Verona, perché la Resistenza lo porta al suo secondo arresto, nel luglio del 1944. Verona è sede delle SS durante la Repubblica di Salò. «Lascio alla vostra immaginazione pensare cosa fosse, e non sarà mai abbastanza. Quando si parlava, si cambiava marciapiede, era un nido di vipere, un sospetto continuo. Persino i bambini che ascoltavano gli adulti potevano costare ai genitori l’arresto. Verona era un campo di predisposizione alla morte. C’erano le brigate nere, le SS. Io ero ricercato. Avevo 10 indirizzi in cui passare la notte. Poi presero Maria Antonietta, la figlia di De Ambrogio, mia fidanzata. All’appuntamento mi aspettavano in due». Bocchetta conosce le Corridoni, luogo di tortura, e le Casermette di Montorio, il carcere degli Scalzi e gli scantinati del palazzo «fatale» dell’Ina. E conosce i torturatori più celebri. «Gente ignorante, che si vestiva da capitani. Mi consideravano liberalcomunista, per dire la cultura. A Domaschi avevano staccato le orecchie e le avevano riattaccate col nastro adesivo. All’Ina ho visto torturare i ragazzi paracadutati per una missione alleata: li uccisero a Bolzano con un colpo alla nuca, uno alla volta. Erano eroi. Poi i tedeschi si stancarono di interrogarci e ci misero tutti sui camion, non eravamo niente per loro. Solo carne da macello». Vittore è destinato a Flossenburg. «Inenarrabile». Un anno di prigionia lo ridurrà a 45 chili. «La fuga fu la mia grande avventura»: scapperà da una marcia della morte con un francese. Sarà salvato da un gruppo di inglesi che a sua volta aveva salvato. Gli chiedono di andare con lui a Londra. Ma Verona chiama e Vittore risponde: «E mi salvai: il convoglio che li trasportava in Inghilterra cadde nella Manica. Morirono tutti». Questa è la vita di Bocchetta: «Vede, è tutta un destino». In treno arriva a Pescantina, con una divisa da ufficiale inglese: «Chiesi un passaggio a una donna con la figlia su un furgone. Lei disse alla piccola: “Non lo toccare che el g’ha i piòci“. Che accoglienza!». Controcorrente, indipendente, Vittore, sposa la coerenza e ne paga il fio anche dopo la guerra: «Durante l’epurazione chi pagava se la cavava. A me non stava bene. Non ero allineato, così mi eliminarono dalla vita pubblica. Caddi in miseria e nella vergogna mangiando all’Eca la minestra dei vagabondi». Con una colletta di amici partirà per l’Argentina e poi in America dove si affermerà come artista. Ma tornerà a Verona negli anni Ottanta. Dopo tante esperienze come vede l’oggi? «Non c’è più l’Io. C’è solo un telefonino. È passata l’epoca dell’eroe. Manca umanità e bisogno di cultura. Oggi ci sono gli esecutori. Ci restano le memorie, speriamo si conservino. Da vecchio, lascio un mondo nuovo, dell’informatica, delle grandi compagnie padrone di tutto. È destino. È l’evoluzione».

Maria Vittoria Adami
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