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14 dicembre 2018

Cultura

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03.09.2015

Semeghini, il pittore col vizio di sognare

Pio Semeghini, pittore veronese protagonista del primo Novecento
Pio Semeghini, pittore veronese protagonista del primo Novecento

Pio Semeghini (Bondanello di Quistello, Mantova - 31 gennaio 1878 - Verona 11 marzo 1964) è stato per alcuni periodi della sua lunga storia di artista, uno dei pittori più conosciuti e riconosciuti, un maestro cercato e amato dalle giovani generazioni ma anche dai colleghi coetanei o poco più giovani di lui (Morandi, Carrà, de Pisis, Casorati, Soffici: per citare a memoria i primi che mi vengono in mente) e dai poeti: Quasimodo prima di tutti. In particolare la sua fama raggiunse l'apice nel secondo dopoguerra quando nel 1947 Rodolfo Pallucchini, segretario generale della Biennale di Venezia da far rinascere e rifondare, lo chiamò a far parte della giuria di accettazione insieme con Felice Casorati, Nino Barbantini, Carlo Ragghianti, Carlo Carrà, Domenico Varagnolo, Lionello Venturi, Giorgio Morandi e Roberto Longhi. Come si vede i critici e i pittori più importanti della storia dell'arte italiana del XX secolo.Alla Biennale di Venezia fu attivo consigliere altre volte - anche se si dimise già all'edizione del 1950 - e vi partecipò come espositore a partire dalla XV edizione del 1926 fino alla grande antologica postuma alla XXXII del 1964. Partecipò inoltre alla prima Quadriennale Romana del 1931: la giuria gli aveva assegnato il primo premio di 100.000 lire, ma Felice Carena pose il veto perché Semeghini non era fascista e quindi il nostro si dovette accontentare del quarto premio di 10.000 lire. Fu comunque sempre presente su invito a tutte le più importanti esposizioni nazionali ed internazionali.È il secondo dopoguerra il periodo più solido: giuria della Biennale di Venezia, premio Ines Fila di 800.000 lire nel 1949; 1953 premio del Fiorino di Firenze di 300.000 lire; terzo premio esso (un milione) nel 1955; grande mostra antologica alla Gran Guardia di Verona, quindi a Milano e Venezia nel 1956; e nel 1960 partecipazione all'Ottava Quadriennale Romana con successo di acquisti. Omaggio a Piero (1.100.000), Zibaldone (800.000 lire), Peperone rosso (600.000).Ricordo queste cifre e questi premi perché sono significativi nella carriera di un artista, non facile e raffinato come Pio Semeghini i cui quadri sembrano disfarsi nella luce soffusa di un'alba sempre viva, sia che dipinga la laguna - Semeghini dagli anni Venti de secolo scorso, alla fine degli anni Cinquanta, trascorreva tutti gli autunni a Burano - sia che dipinga nature morte e paesaggi collinari o le sue famose Pupe, ragazze dagli occhi smarriti nel silenzio di una riflessione che l'arte di Semeghini ha saputo comunicare. È un pittore d'emozione che ami se ti lasci emozionare dal suo tratto delicato ed essenziale, quasi impalpabile. Per tornare alla sua storia, è necessario distingue in essa gli inizi parigini - a Parigi visse dal 1899 al 1914 - lavorando come incisore più che come pittore e le opere di questo periodo le espose la prima volta a Modena nel 1911. Quindi il rientro forzato in Italia alla scoppio della guerra e un difficile inserimento nel contesto veneziano, perché alle Zattere aveva trovato studio e dimora, iniziando come dissidente per le scelte di Vittorio Pica alla Biennale di Venezia del 1920, dove sono esclusi con Semeghini, Gino Rossi e Arturo Martini. Semeghini scrive il testo di dissociazione, formato anche da Felice Casorati e insieme espongono alla galleria Geri Boralevi, in contrasto anche con le scelte di Barbantini per la XII mostra alla Ca' Pesaro. Semeghini, uomo mite e generoso, non fu mai però un rinunciatario, sia alle sue idee - fu un antifascista sempre tenuto presente dalla polizia che gli vietava di uscire di casa quando abitò a Milano in occasione di particolari manifestazioni - né alla dignità e novità del suo lavoro. Per questo i giovani lo accolsero presto come maestro: i giovani della rivista Corrente, ma anche i giovani artisti che si trovavano con lui a Burano negli autunni degli anni Venti, tanto che qualche giornalista (e qualche pittore in cerca di fama e notorietà) si inventò la favola dei pittori buranelli e della scuola di Burano. Scuola che Semeghini sempre sconfessò. Difficili gli anni 30: dopo aver rinunciato all'insegnamento di Decorazione all'istituto "Augusto Passaglia" di Lucca, passò all'I.S.I.A. di Monza dove resterà fino al 1939, rinunciando all'insegnamento dopo la vittoria al Premio Bergamo.Pittore, docente, maestro riconosciuto al quale si è interessata tutta la migliore critica nazionale e internazionale (il "suo" critico fu Giuseppe Marchiori), con decine e decine di personali in tutte le più prestigiose gallerie italiane e presenze in quelle di tutto il mondo, ci si chiede perché oggi sia quasi ignorato - non dalla critica e dagli storici dell'arte - dove abbia "peccato" questo omarino coi baffetti che piazzava il cavalletto per le calli di Venezia e la gente si fermava a guardare.Non accettò mai compromessi di vendita e non accettò mai di dipingere su commissione. La moglie Gianna (si era sposato nel 1931) mi ricordava che Pio passava giornate intere sul divano ad ascoltare musica, e allora Gianna doveva ricordargli che per mettere qualcosa in pentola bisognava lavorare e Pio dipingeva le sue tavolette che la gente gli chiedeva aspettando pazientemente il suo turno. Non aveva il quaderno delle richieste e delle prenotazioni (come Morandi), perché Semeghini era e rimase sempre un sognatore: ecco il suo peccato.o

Francesco Butturini
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