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17 ottobre 2018

Cultura

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16.12.2017

PARADISO SVIZZERO

«Paesaggio invernale con laghetto» (1900) di Cuno Amiet
«Paesaggio invernale con laghetto» (1900) di Cuno Amiet

Francesco Butturini Per la sua storia, sarei tentato di scrivere per la sua natura, la Confederazione Elvetica è un filtro linguistico, quindi culturale, che assorbe, modifica e riproduce tutte le lingue – e quindi le culture – europee: italiano, francese, tedesco e romancio (un ladino simile al ladino friulano). Questo incrocio, che vive nella piena autonomia Cantone per Cantone, va tenuto presente quando si presenta un artista svizzero come Cuno Amiet (Soletta 1868 - Oschwand 1961), che il Museo di Mendrisio (cinque minuti dopo Chiasso) onora in questi mesi con una ricca mostra antologica «Il paradiso di Cuno Amiet» curata da Simone Soldini, Barbara Paltenghi Malacrida, Franz Müller, Aurora Scotti; aperta fino al 28 gennaio 2018. Anche solo uno sguardo alla sua biografia spiega il perché della premessa: Cuno Amiet, allievo del pittore Frank Buchser, 1828-1890), affronta l’esperienza impressionista e post impressionista della cosiddetta scuola di Pont-Aven (1892-93: influenza della cultura francese), quindi nel 1896 conosce Segantini (influenza e gusto italiano-romancio); aderisce al gruppo della Brücke (cultura tedesca), quindi si accosta al Blaue Reiter e la sua ricerca pittorica ricca, variegata, sempre sperimentale, con periodi più o meno forti, incontra le pitture di Gauguin, Van Gogh, Cézanne, Seurat, ma anche Bonnard e Vuillard, restando sempre libera, ariosa, cromaticamente ribelle fino a forme espressioniste a volte assai vicine all’astrattismo, con una mai nascosta vena Nabis, dei profeti francesi conosciuti a Parigi. Infine, bisogna ricordare che la sua casa a Oschwand (nei pressi di Berna) fu un cenacolo ospitale cui giungevano tutti i più significativi artisti della nuova generazione novecentesca (da Klee a Jawelnskji), soprattutto dopo la morte del suo rivale svizzero, Ferdinand Hodler (1853-1918) che Cuno Amiet amava, prediligeva, a volte imitava, ma che sentiva sempre come un contrasto. Infatti, solo dopo la morte di Hodler ad Amiet si aprirono le porte della fama, dei riconoscimenti (nel 1919 fu insignito di laurea honoris causa), della celebrità europea e delle grandi mostre. Inoltre, il 1919 segnava per Amiet un punto conclusivo e un’apertura. Per questo, nella personale alla Biennale di Venezia del 1954 (c’era stato nel 1920 e nel 1934) la maggior parte della quarantina di opere esposte appartenevano alla produzione prima del 1919. Questo intreccio di ricerca e sperimentazione europea credo sia la sua caratteristica, come del resto egli stesso ammetteva nel 1948, in occasione delle grandi mostre per festeggiare l’80° compleanno, nella monografia curata da Gotthard Jedklicka: «Mi sono già meravigliato di come io dipinga di volta in volta differentemente, una volta così e una volta in modo diverso. So anche che mi si accusa spesso di questo e non ne ho mai capito del tutto il motivo. Ma di tanto in tanto mi sono chiesto il perché lo faccio e sono giunto alla conclusione che deve esserci qualcosa che risale alle mie origini». Le origini, appunto, che abbiamo indicato: un tessuto intrecciato come un tappeto, che mi sembra la più evidente rappresentazione di questo artista come si ammira nella mostra: dai due oli del 1892/93 «Ragazza Bretone» e «Ragazzo Bretone» alla Pont-Aven a «Ragazza Bretone al mare» del 1893, dove è chiara l’influenza Nabis; oppure la presenza di Van Gogh in «Paesaggio a Pont-Aven» del 1892. Quindi l’influenza di Seurat nel ritratti e nelle varianti sui giardini del 1896 che sono la parte più ricca dell’esposizione. Però il titolo della mostra viene dalla tempera su tela del 1894/95 «Paradiso»: sotto il grande albero del bene e del male Eva ignuda porge ad Adamo ignudo la mela, mentre un grande cigno bianco alza le ali sull’acqua sotto il prato fiorito. Sul tema del Paradiso sono tante le varianti diffuse nel tempo: «Paradiso» del 1900/01: «La raccolta delle mele» (1907). Un paradiso perduto è «Nudo femminile disteso fra i fiori» (1912). C’è un variante-ripresa in «Paradiso» del 1958: un grande olio su tela dove domina un giallo fosforescente. Nell’ottantina di tele esposte ritratti, autoritratti a due con l’amata moglie Anna, cui dedica una delle sue più emozionanti pitture: «Ragazza di Berna» del 1899 e ancora il doppio ritratto del 1903. Resteranno negli occhi e nel cuore i suoi colori a volte aggressivi, a volte dolci: ha imparato le lezioni di Van Gogh, ma anche quelle dei Nabis. •

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