15 febbraio 2019

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21.12.2018

L’UOMO NUOVO DI STEINBECK

Lo scrittore americano John Steinbeck (1902-1968)
Lo scrittore americano John Steinbeck (1902-1968)

La recente notizia che migliaia di migranti, partiti dall’Honduras, stanno marciando verso gli Stati Uniti, con la contromossa del presidente Trump che intima il divieto di varcare la frontiera, ci riporta agli anni bui della Grande Depressione: a quando l’America era invasa dagli «hobo», giovani vagabondi venuti da lontano e disposti a qualsiasi lavoro per vivere. Negli anni Trenta era ancora in vigore la vecchia legge di Lincoln, l’Homestead Act (1862), che offriva 65 ettari demaniali fuori dalle tredici colonie originarie: alla domanda di assegnazione seguiva il dovere di ciascuno di lavorare quella terra per il conseguimento del titolo di proprietà. Un’umanità a cui provvedere o un fardello di cui liberarsi? La domanda si impone di nuovo, oggi come ieri. Di tale popolo disperato è stato portavoce tra le due guerre mondiali il romanziere John Steinbeck, di cui ricorre il 50° anniversario della morte (20 dicembre 1968). La potenza della sua ideologia è nella testimonianza dal pulpito del Premio Nobel, da lui vinto nel 1962: «Compito dello scrittore è quello di mettere a nudo i nostri innumerevoli, angosciosi errori e fallimenti riportando alla luce i nostri sogni oscuri e pericolosi allo scopo di migliorarci. Per di più, chi scrive è chiamato a dichiarare e a celebrare la comprovata capacità dell’uomo di mostrare grandezza di cuore e spirito, dignità nella sconfitta, coraggio, compassione e amore, nell’infinita guerra contro la debolezza e la depressione». Parole scolpite da una ferma etica: «Lo scrittore che non crede appassionatamente nella perfettibilità dell’uomo non ha alcuna devozione per la letteratura né diritto di appartenervi». Steinbeck, nell’alveo della generazione del romanzo realista e proletario di Dos Passos, Anderson, Caldwell, Dreiser e Farrell, racconta i suoi personaggi tra il sacrificio e l’umiliazione, per convocarli all’altare della dignità dove sono giudicati sulla loro stoica resistenza al principio dell’«homo homini lupus», a una società opprimente e cinica, al fato sostenitore di illegalità e pregiudizi. L’allegoria consacra gli eroi-martiri che vivono con dignità la disperazione, ma anche quei buoni samaritani che si caricano del loro dramma. In «Uomini e topi» (1937), dove sono protagonisti due braccianti alla ricerca di lavoro, l’intelligente George Milton da sempre protegge per istinto fraterno il compare Lennie Small, gigante col cervello da bambino, infaticabile lavoratore ma che non deve mai stare da solo. Entrambi nutrono il sogno di avere un posto tutto per loro, un podere personale a premio del merito. Lo stalliere negro Crooks, che vive in un ripostiglio lontano dagli altri lavoratori ma è la coscienza critica di quel mondo, fa intuire la loro fine: «Ne ho visti di tizi con un pezzo di terra in testa: ma non uno che riesce a metterci sopra le mani». I due soccombono ma la loro speranza rivitalizza un sentimento presente fin dalla tragedia classica, il valore educativo della compassione verso ogni uomo. Steinbeck conosceva i vissuti degli stagionali dell’Ovest, essendo nato a Salinas nella California spagnola (1902) ed avendo svolto molti lavori da manovale, soprattutto nei ranch, dopo le delusioni all’università e nel giornalismo, quindi nelle prime prove di scrittore (La Santa Rossa, I pascoli del cielo, Al dio sconosciuto): così quel posto da coltivare è metafora dell’intera America che vuol uscire dalla crisi. In «Furore» (1939) che è il romanzo capolavoro ben al di sopra delle ultime opere - Vicolo Cannery, La valle dell’Eden e L’inverno del nostro scontento - l’ex carcerato Tom Joad vive un’odissea emblematica: in viaggio dall’Oklahoma alla California su uno scassatissimo furgone per salvarsi dalla Grande Depressione e dal Dust Bowl, la famigerata tempesta di sabbia che invase allora le grandi pianure, l’uomo incontra con la sua povera ma volonterosa famiglia un crescendo di sconfitte. La penna dello scrittore si immerge nella ferita generazionale per riproporre un messaggio epico. È nel dialogo conclusivo tra Tom Joad e sua madre. Da rivivere nella rilettura cinematografica del grande regista John Ford, attraverso le profonde parole di un brillante Henry Fonda: «Uno non ha un’anima per sé solo, ma un pezzetto di una grande anima che è la grande anima di tutta l’umanità. Quindi io non potrò mai morire. Io sarò dovunque ci sia un uomo che soffre e combatte per la vita, che lavora per i suoi figli; ovunque il genere umano si sforzi di elevarsi in una comune aspirazione di continuo miglioramento; dove una famiglia mangerà i frutti di un nuovo frutteto o andrà a occupare la casa nuova. Là mi troverai». •

Stefano Vicentini
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