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20 novembre 2018

Cultura

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21.08.2018

L’arte povera di Mario Merz che va oltre la pittura e la tela

È dedicata a Mario Merz (1925-2003), esponente di spicco dell’arte povera - movimento che caratterizzò l’arte contemporanea in Italia nella seconda metà del ’900 - la mostra «Sitin» in corso a Torino alla Fondazione Merz fino al 16 settembre. Nato a Milano nel 1925, Merz si afferma sulla scena artistica sin dagli anni ’60 attraverso un’originale ricerca nel corso della quale realizzò una serie di «pitture volumetriche», costruzioni di tele che inglobavano «object trouvés», materiali organici o industriali, oggetti d’uso quotidiano, reperti come fascine, cera d’api e creta, tondini di ferro, reti metalliche, vetro e neon, ma anche citazioni - non solo letterarie - che l’artista reinterpretò in nuove forme visive. Igloo e tavoli gli altri oggetti che Merz utilizzò in una sorta di dichiarazioni estetiche che rappresentarono il superamento definitivo del quadro quale testo visivo. E dal 1970 sono anche le opere della serie numerica di Fibonacci, una progressione in cui ogni cifra è il risultato delle due precedenti (1, 2, 3, 5, 8, 13) con cui Merz interpretò la sequenza numerica – individuata dal matematico pisano Leonardo Fibonacci nel 1202 – come emblema della dinamica relativa ai processi di crescita del mondo organico, collocando sui propri lavori le cifre realizzate in neon. Così, la rassegna torinese, attraverso una serie di opere eseguite tra il 1966 e il 1973, risulta essere l’espressione di un periodo – gli anni Sessanta - ricco di fermenti creativi che coinvolsero le diverse arti, in cui presero vita movimenti come il minimalismo, la land art e il concettuale, che vivevano in diretto confronto con l’arte emergente statunitense ed europea. La mostra, in tal senso, è una sorta di racconto che, partendo dalle stesse parole di Merz, attraversa alcune opere-simbolo dell’artista, accomunale dall’essere «trapassate» da un neon, come la Lancia (1966), il Salamino (1969), il Bicchiere trapassato (1967), Sitin (1968) che è al centro della scena. •

Enrico Gusella
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