17 febbraio 2019

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30.12.2018

I PROTAGONISTI DI VAN DYCK

Un autoritratto di van Dyck (1599-1641)
Un autoritratto di van Dyck (1599-1641)

Fino al 17 marzo, alla Galleria Sabauda dei Musei Reali di Torino, è in corso la mostra «Van Dyck - Pittore di corte», in quattro sezioni per 45 tele e 21 incisioni. Una mostra che si avvale particolarmente del grande patrimonio della galleria Sabauda, ma anche dei più importanti musei mondiali, perché van Dyck è artista mondiale, «gloria del mondo» come amava chiamarlo Carlo I d’Inghilterra. Raffinato, prezioso pittore delle corti: repubblicana quella di Genova, la corte londinese di Carlo I e, prima ancora, nella potente Anversa. Organizzata dai Musei Reali di Torino e dal Gruppo Arthemisia, a cura di Anna Maria Bava e Maria Grazia Bernardini, la mostra compara le tele di quello che la storiografia considera il primo, ma non unico, maestro di van Dyck, e cioè Rubens, con alcuni dei capolavori del nostro: ritratti e storie mitologiche. Antoon van Dyck nasce ad Anversa il 29 marzo 1599. Artista precoce, è del 1613 il primo ritratto («Uomo anziano», Musées des Beaux Arts di Bruxelles); nel 1618 è accolto come maestro nella Gilda di San Luca di Anversa e due anni dopo firma con Rubens il primo importante contratto per la chiesa del Gesù della città natale. Alla fine del 1621 arriva a Genova, già noto, ospite dei fratelli pittori Lucas e Cornelis de Wael. La permanenza si protrae, con viaggi e soste a Roma, Palermo, dove conosce la pittrice Sofonisba Anguissola, Venezia, Bologna, Mantova, Milano e Torino, fino allo scadere del 1627: sono anni di successo artistico che lo impongono come il pittore ufficiale delle grandi famiglie genovesi dei Doria, degli Spinola, dei Grimaldi, dei Pallavicino, con una ritrattistica memore della lezione tizianesca e tintorettiana, interpretate alla luce della lezione cromatica e luministica di Rubens. Una ritrattistica ed una pittura che supereranno, fino a farla dimenticare, la lezione di Caravaggio, che era stato anche a Genova nel suo inquieto peregrinare. Tornato ad Anversa vi rimane poco: nel 1632 è a Londra dove si fermerà, pittore ufficiale di re Carlo I, dal 1635 alla morte, avvenuta il 9 dicembre 1641, otto giorni dopo la nascita dell’unica figlia Justiniana, e dopo un infelice viaggio a Parigi, dove era dovuto soccombere al successo di Nicolas Poussin. Venendo alla mostra, la prima sezione si apre con il rapporto fra il giovanissimo van Dyck e la collaborazione con Rubens, che fu prima maestro, poi compare, quando il giovanissimo pittore era già però iscritto nella Gilda di Anversa. Dice molto una tela come «Giove e Antiope», lavoro di un diciottenne più che promettente: il confronto in sala fra «Cattura di Sansone» e «Susanna e i vecchioni» di Rubens (circa degli stessi anni, fine secondo decennio del ’600) sia nei due nudi femminili che nei movimenti e nei gesti robusti delle figure maschili, evidenzia un sicuro apprendistato, ma anche un cammino che diversamente procederà. Come infatti avverrà soprattutto durante i sette anni trascorsi a Genova, cui è dedicata la seconda sezione, nella quale, a mio avviso, la pittura di van Dyck, se così posso scrivere, si italianizza, nulla perdendo anche di quanto a Genova c’era delle prove caravaggesche. Necessario ricordare almeno quattro splendidi ritratti, maestosi e raffinati, giocati sull’intensità dello sguardo e l’estrema eleganza del portamento: pare di vedere l’artista all’opera con pennelli e corrimano: «Caterina Balbi Durazzo» e «Marcello Durazzo» del 1624, «Agostino Spinola» (1623-27) e «Il Cardinale Bentivoglio» (1922-23). Nel 1627 van Dyck torna ad Anversa, alla corte di Isabella Clara Eugenia, pittore di corte: tanti i ritratti sia ad olio che per incisione (in mostra le 21 della raccolta Iconographia). Però due ritratti mi hanno particolarmente colpito per la fortissima carica e forza psicologica: «Ambrogio Spinola» (1628) e «Jacques Le Roy» (1630). Come ogni corte del tempo anche l’arciduchessa chiese temi mitologici. Due mi sembrano significativi per i rapporti sia con Rubens, che, a mio avviso, soprattutto con quanto avveniva nel Nord Italia: «Vertumno e Pomona» e «Amarilli e Mirtillo». Lo sfarzo però sarà esagerato nei ritratti della quarta sezione, dedicata al periodo londinese, nei ritratti dei tre figli di Carlo I – più volte dipinti in ricchissime vesti – della coppia regale, delle ladies, altrettanto sfarzosamente adornate e vestite, e l’ultimo ritratto del 1640: «Charles Seton», addobbato in un complesso talare rosso a bande bianche. E nulla traspare della tragedia che re Carlo I sta vivendo e che lo porterà alla decapitazione. •

Francesco Butturini
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