15 febbraio 2019

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Bottagisio: archivio riscoperto

27.10.2009

Il Comune ha comperato il palazzo che era già suo

Il cortile del palazzo dopo i restauri di quest’anno per l’anniversario del  Trattato FOTOSERVIZIO PECORA
Il cortile del palazzo dopo i restauri di quest’anno per l’anniversario del Trattato FOTOSERVIZIO PECORA

Era sindaco di Villafranca Maurizio Facincani quando si diede il via all'acquisto, nel 1997, di palazzo Bottagisio. Ma, circa cento anni prima, il Comune doveva entrare in possesso dei beni della famiglia Gandini Morelli Bugna in maniera del tutto gratuita. Una vicenda clamorosa di cui furono protagonisti Elisa Gandini Morelli Bugna, spalleggiata dal marito Alberto Bottagisio, che intentò causa civile contro il Comune di Verona e quello di Villafranca, guidato dal sindaco Vincenzo Bontempini. Nell'archivio riscoperto nel palazzo è conservata un'intera cartella di atti giudiziari.
La disavventura iniziò nel 1880, quando a Nervi morì Carlo Gandini Morelli Bugna, fratello di Elisa, Carolina e Giuseppina (morta l'anno precedente). Carlo stabilì, in punto di morte, di lasciare ai Comuni di Verona e Villafranca tutti i suoi averi «da convertirsi in opere di beneficenza e alle congregazioni di carità». Unico vincolo: l'usufrutto di tutti i beni alla madre Francesca Porati, sino alla sua morte. Alle sorelle, Carlo non destinò nulla. Il nobiluomo morì a fianco della madre e del medico curante (nonché sindaco di Villafranca) Bontempini, accorso al suo capezzale. Gli avvenimenti si susseguirono incalzanti, tra le preoccupazioni di una madre seduta nell'anticamera del figlio e Bontempini che faceva la spola da una stanza all'altra, ora rincuorando la signora Porati, ora controllando la situazione dietro un paravento che lo separava dal capezzale del morente.
Quel testamento fatto in extremis fu però contestato poiché eredi consanguinei, come le sorelle, non erano stati nominati rendendo «più amara la diseredazione», come si legge negli incartamenti. Alla morte della madre, avvenuta nel 1893, Elisa che aveva perso nel frattempo entrambe le sorelle, impugnò il testamento, affiancata dai figli di Carolina e Giuseppina, Ferruccio e Giuseppe, sostenuti dai rispettivi padri, poiché minorenni. Nei documenti consegnati al tribunale si legge che Elisa, in particolare, contestò le modalità nelle quali avvenne il testamento: «il testatore ridotto in agonia» e «stremato» non avrebbe potuto firmare il documento, sostenne la ricorrente. Il notaio, inoltre, all'età di 77 anni, «era sordo», continuava la contestatrice, «deducendosi che non potesse apprendere dalla bocca del testatore le disposizioni, ma da interposta persona». Perché Elisa non protestò subito? «Per non turbare la madre. Una volta defunta la signora Porati, però, intento causa ai due Comuni; impugnò il testamento, perché «discrepante dalla copia originaria». Calligrafie, inchiostro nonché frasi intere risultavano diversi.
Furono richieste nuove indagini e perizie calligrafiche, in un tortuoso percorso che portò Elisa, l'anno successivo, a vincere la causa per un semplice cavillo. Nell'atto notarile non si faceva menzione al fatto che, come da procedura, il testamento definitivo fosse stato letto dopo la sua stesura ad alta voce contemporaneamente al testatore e ai testimoni. Ma la lettura ci fu o no? Non è scritto, sentenziò il giudice, e ciò invalidava l'atto. Così cent'anni dopo il Comune, per avere il palazzo lasciatogli in eredità, ha dovuto pagare.
Non è questa la sola vicenda curiosa documentata negli archivi della storica casa. Dopo una serie di cunicoli ben protetti da lucchetti e porte, si giunge nei locali abitati dall'ultimo erede della famiglia Bottagisio. Quest'ultimo, andandosene, insieme ad alcuni pezzi d'arredamento e a qualche vecchio arnese, ha lasciato centinaia di cartelle contenenti atti di compravendite e investimenti fondiari.
C'è il Registro della Decima di Villa Franca, del 1779. Mentre una calligrafia svolazzante riportò, nel 1786, i numeri del grano e del frumento ricavati «dalli Marognoli». A questi ricavi si dovettero detrarre le somme al «compartidor», quelle «par coprir l'aia» e per l'elemosina al curato. Nel 1788, dal monte «de Marognolli», composto dalle decime di «formento e segalla» si dovevano detrarre il costo del vino e le spese per «far giustar il muro della corte», per «corda e paloni», per una scala e i chiodi «da aggiustar l'uscio».
Ci si immerge nell'Ottocento con l'inventario di riconsegna del latifondo Castello di Castiglione Mantovano: nei minimi dettagli fu descritto ogni immobile componente la proprietà, dal mulino alla campagna, sino al nucleo delle abitazioni, indugiando sullo stato di queste ultime e dei terreni. Superata la metà dell'Ottocento, l'intestazione dei documenti passò da Regno Lombardo Veneto a Regno d'Italia. Nel 1889, dal fondo di Soave entrarono nelle casse del signor Gandini Bugna 2880 lire italiane, cui doveva togliere 70 lire per l'affitto dell'aia. Tra le entrate frumento e paglia (900 lire) uva (230), polenta (500) e affitto della casa (250).

Maria Vittoria Adami
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