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Verona Virtuale

22.06.2017

In via Leoncino
viene alla luce
una porta romana

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Via Leoncino, torna alla luce una postierla romana: scavato una decina di anni fa, il sito archeologico si estende su tre ambienti e presto potrebbe essere accessibile al pubblico. Quanto è conservato nella cantina di Palazzo de’ Stefani, già Turchi, è una porta secondaria di accesso alla città di epoca romana e, sebbene non è l’unica riportata alla luce, la postierla di via Leoncino è la meglio conservata. Altre porte secondarie della cinta romana sono state ritrovate nelle vie Mazzini e San Cosimo. Un’altra, ancora ben visibile, si trova in Corte Farina.

«Le postierle», commenta il proprietario della cantina Roberto Stevanoni, «erano sormontate da torri e si trovavano in corrispondenza di cardini e decumani minori. Alcune erano dotate di un passaggio centrale per i carri e di due laterali per i pedoni». In un ritmo cristiano del 780 si fa riferimento alla colonia romana di Verona e si riporta la descrizione della sua cinta con 48 torri di cui 8 chiamate «excelse», cioè più alte. La torre di via Leoncino appartiene a queste ultime ed è l’unica sopravvissuta.

La struttura raggiungibile dal civico 8, un vicolo tra palazzi ora chiuso e diventato l’accesso al cortile interno, era interrata per circa 9 metri ed è stata riportata alla luce seguendo un piano di verifica statica e prospezione di scavo concordato con la Soprintendenza Archeologica. «I lavori sono stati quasi interamente sostenuti economicamente dalla proprietà», riferisce Stevanoni. La torre è costruita utilizzando mattoni sesquipedali, con un lato di un piede e mezzo, e alla sua base è conservata parte della pavimentazione stradale con ancora i segni lasciati dal passaggio dei carri.

Su un lato è visibile il marciapiede che conduce ad uno dei due passaggi pedonali, l’altro è andato perduto quasi interamente, e nel cocciopesto affiora una conduttura in piombo. Il passaggio dei carri avveniva nel fornice centrale di tre metri. Si trattava della prima uscita dalla città dopo la monumentale Porta Leoni e coincideva con il cardine primo sinistrato ultrato. La torre che sovrasta la piccola porta si eleva per una ventina di metri, di cui poco più di 14 sono romani.

I vani interessati dal vincolo archeologico di Casa de’ Stefani, ministro dell’Economia negli anni ‘30, sono tre: il più grande ha un soffitto a volta di mattoni ed è collegato al porticato da una scala in pietra. È qui che sono stati ritrovati i resti di una delle due porte pedonali romane, un segmento del marciapiede, il basolato della strada carraia che prosegue anche nel vano accanto. Nel terzo ambiente, invece, si trova una imponente opera difensiva a chiusura della postierla: un revellino a protezione della porta, uno sperone a pianta triangolare che fu completato con un muro in mattoni. Di fronte, c’è il muro di Gallienoeodorico.

Nel sito archeologico si riconosco alcuni particolari: la sede di un cardine, alcuni blocchi di pietra con iscrizioni cancellate perché pagane e una macina medioevale al centro della strada. La cinta muraria era stata rinforzata con un riporto di terra, un espediente che aiutava anche il movimento delle macchine difensive come torri aggiunte e catapulte. Successivamente fu riempito anche lo spazio tra le mura repubblicane e quelle di Gallienoeodorico. Queste ultime rimaste integre sino al “percorso di ronda”». Una curiosità: nel tardo Cinquecento la torre e le mura erano note con il nome di «Torrazzo di Fiorina». «Era una meretrice», spiega Stevanoni, «conosciuta in alta Italia e, questo, è un aspetto che diventa un elemento “connotativo” e confermativo del sito archeologico già noto». Stevanoni, di professione architetto, è appassionato di siti storici di cui ne promuove la ricerca e la conoscenza ma è anche uno studioso di aspetti meno noti come, nel caso della torre romana di via Leoncino, legati al suo sistema costruttivo. «Da manuale», afferma.

«La torre è “bascullante” ed è edificata con mattoni straordinari prodotti con un tecnica di “vernalizzazione” dimenticata nel tempo. La posa uno sull’altro è con un filo di malta e dove appare più spessa significa che il lavoro è stato eseguito forse più velocemente o che si era persa la conoscenza di questo modo di costruire».

«La torre romana, la postierla sottostante e quanto custodito nel sito archeologico rischiano di essere dimenticati», dice Stevanoni. «Pochi veronesi conoscono quest’area archeologica. Ma, ricordo che Verona è città Unesco proprio per le sue mura, anche romane. Pertanto, queste pagine di storia antica meritano di essere valorizzate e conosciute attraverso un programma di visite aperte al pubblico». «Non è una situazione isolata, ci sono altri siti archeologici nel centro storico che potrebbero essere aperti», conclude.

Marco Cerpelloni
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