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Una vita in circolo

14.05.2018

Fede e campanilismo
in difesa
delle tradizioni

Il parroco don Giovanni Zocca
Il parroco don Giovanni Zocca

Don Giovanni Zocca è ancora sulla breccia del ministero sacerdotale nonostante i suoi 78 anni. È stato ordinato prete nel 1966 e la sua «peregrinatio» nella diocesi cominciò subito con quattro anni di ministero a Vestenanova come curato. In seguito fu trasferito a Minerbe, dove si fermò fino al 1976. Divenne parroco nel suo paese d’origine, Selva di Progno, per altri quattro anni. Guidò, poi, per 21 anni la comunità di Fagnano (Trevenzuolo). Dal 2001 guida le parrocchie di Campalano e Caselle di Nogara. Prima di essere parroco a Campalano, don Giovanni ha insegnato per una ventina d’anni nelle scuole medie. Campalano e Caselle formano un’unica parrocchia con una popolazione di 1.800 abitanti. È una realtà che, a detta di don Giovanni, presenta non poche difficoltà dal punto di vista pastorale: infatti solo un 15% della popolazione frequenta le funzioni domenicali. «Si trascina», sostiene don Giovanni quasi a giustificare la bassa percentuale dei praticanti, «una vecchia tradizione di distacco dalla chiesa ufficiale, che ha le sue radici nei secoli passati quando, queste terre paludose erano parte integrante dei territori della Contessa Matilde di Canossa. Secoli di sottomissione, di servitù della gleba, di miseria ai quali fece seguito una non celata ribellione contro i proprietari terrieri e i “padroni”. Non per niente queste comunità, soprattutto Caselle, erano definite, fino a poco tempo fa, la Stalingrado di Verona. La dimostrazione più palese furono i risultati delle elezioni del 18 aprile 1948: il Partito Comunista a Nogara ottenne il 72% dei voti. In questa realtà così piccola e complessa come avete organizzato la catechesi dei ragazzi? «Bisogna chiarire subito che gli ambienti per la catechesi si trovano a Caselle. Perciò i 43 ragazzi delle elementari e delle medie frequentano il catechismo là e sono istruiti da una decina di catechiste. Il nostro catechismo si svolge secondo il metodo tradizionale e questa modalità fu concertata, quando arrivai a Campalano, con l’allora parroco di Nogara don Gino Meggiorini. Gli adolescenti, invece, frequentano gli incontri appositi organizzati a Nogara». Come mantiene i rapporti con le famiglie? «Io vado in tutte le famiglie, escluse cinque o sei, per la benedizione delle case. Intrattengo con tutte un rapporto di amicizia. Cerco di rendermi utile soprattutto agevolando i ricoveri all’ospedale don Calabria di Negrar. Chi è del posto sa quanto sia difficile riuscire ad essere ricoverati in quell’ospedale. Ed io, grazie al rapporto fraterno che avevo con il cappellano don Lorenzo Zocca, riuscivo ad aiutare i parrocchiani che avevano bisogno di cure in quell’ospedale. Ora le cose sono cambiate... però qualcosa si riesce ad ottenere. È un apostolato spicciolo, ma sempre apostolato è». Se volesse evidenziare una caratteristica della sua comunità, come la descriverebbe? «Senz'altro il campanilismo! E un attaccamento alle proprie tradizioni. Non sono atteggiamenti negativi, anzi hanno dei lati positivi. È giusto che quelli di Caselle siano legati alle loro usanze, come lo sono quelli di Campalano. Tuttavia è difficile, per esempio, riunire le due comunità per la celebrazione di un’unica messa. Questo è solo uno degli aspetti e delle complicazioni che si presenteranno quando si tratterà di mettere in movimento la futura Unità pastorale. Questa operazione delicata dovrà tener conto dell’attaccamento che la gente ha per le proprie tradizioni e non potrà essere decisa solo a tavolino». • G.B.M.

G.B.M.
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