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13 novembre 2018

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Reportage

30.06.2018

Giovanna, manager
che ha sentito
il richiamo del bene

Giovanna Ambrosoli, presidente della Fondazione
Giovanna Ambrosoli, presidente della Fondazione

«Ma chi te l’ha fatto fare?» La domanda sorge spontanea dopo qualche giorno a Kalongo. Giovanna Ambrosoli ci pensa e non mi risponde subito. Studi in economia, lavori manageriali e poi la scelta di lasciare la carriera per dedicarsi con una Fondazione a salvare l’opera per cui lo zio Giuseppe ha dato la vita. Oggi Giovanna è presidente di una struttura che sostiene quasi interamente ospedale e scuola di ostetricia. Ha scritto un libro sulla vita dell’ amato comboniano, che ha presentato anche a Verona e Brescia. Siamo nel piccolo cimitero accanto al convento comboniano, proprio dove c’è tomba di Padre Giuseppe. Ci accomodiamo sulla lastra di marmo dove lui riposa con la cura ed il rispetto che si devono ad un Santo dei nostri giorni. Davanti a noi l’immensa pianura africana. Alle nostre spalle il monte Oret, la montagna del vento. Attorno il silenzio del bush, la boscaglia. Giovanna tiene molto a condividere con famiglie ed imprenditori del nostro territorio la sua scelta. Nelle terre dei comboniani, la gente è solidale. «Sin da bambina ho vissuto la crescita di Kalongo attraverso i resoconti familiari e le lettere dall’Africa. Vedevo i grandi container carichi di medicine, vestiario, mobilio partire dal piazzale dell’azienda con destinazione Africa».

 

«Poi c’e la sua presenza quando rientrava in Italia. Rimaneva poco con noi. Andava ad imparare nuove tecniche mediche negli ospedali europei ed a cercare finanziamenti per l’ospedale». «Dopo molti anni dalla a sua morte sono venuta qui per la prima volta, - prosegue Giovanna - ho visto il monte Oret, ho pensato: sono a casa» . «Stare sulla sua tomba mi comunica emozioni fortissime. Penso a quest’uomo che ha dato la vita per gli altri e immagino la sua grande solitudine nel prendere decisioni determinanti per la vita di molti». CONTINUIAMO a parlare mentre si alza un vento che spazza il piccolo cimitero. «Dopo la morte di Padre Giuseppe la responsabilità era passata a Padre Tocalli, suo fidato amico che ora è in pensione. - spiega Giovanna Ambrosoli - e finita la guerra civile le molte Ong presenti sul territorio hanno lasciato il Paese. Come pure calava il numero dei padri comboniani. Era un momento non facile per l’ospedale che rischiava di decadere». «Allora ho pensato che la vita mi metteva davanti ad una scelta - aggiunge - una di quelle scelte nette che non hanno mezze misure. Forse era Padre Giuseppe che mi ispirava: ho capito che dovevo fare qualcosa, in prima persona. La mia famiglia mi ha supportata». Da qui l’impegno diretto nella Fondazione e l’impegno diretto.

Come riassumere in una immagine l’esperienza successiva a Kalongo? «L’immagine più netta che ho è quella del primo giorno in cui sono entrata nei reparti. Terribile. Tra i tanti volti quello di una giovane donna malata di Aids. Gli rimanevano poche ore di vita. Ti guardava con quegli occhi scuri, profondi. Uno sguardo struggente, che non era una supplica. Poi ho visto un ragazzo senza gambe, appena operato. Poteva avere l’età di mio figlio. Un volto dolce, sorrideva timido nel suo letto di dolore. Anche in quel sorriso c’è il senso del mio impegno».

E della situazione e delle polemiche italiane sull’immigrazione che pensa? «Ho riflettuto molto e sono giunta alla conclusione che nel buonismo a tutti i costi si nasconde un sentimento di superiorità. Non vorrei essere fraintesa: dobbiamo accogliere chi chiede aiuto ma soprattutto dare dignità a chi entra. Rispettare davvero quelle persone è mettersi sullo stesso piano».

 

Parliamo, e il vento si va trasformando in tempesta. Nuvole nere appaiono dietro il monte Oret. È il solito temporale pomeridiano che scuote la savana, a cui segue però la notte stellata ed il mattino luminoso. «Noi siamo un po’ così - conclude Giovanna Ambrosoli - il momento non è facile ma ci siamo dati un piano di sviluppo e sono fiduciosa ed ottimista per il domani. C’ è bisogno di sostegni, ma la solidarietà degli italiani sono certa che non mancherà».

M.Cat.
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