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22 settembre 2018

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Reportage

02.07.2018

Da Verona a Kalongo
dove si salvano
i bambini

Una scena quotidiana all'ospedale di Kalongo: decine di bambini fuori e dentro i reparti. Ogni donna in questa regione dell'Uganda partorisce in media almeno sei volte
Una scena quotidiana all'ospedale di Kalongo: decine di bambini fuori e dentro i reparti. Ogni donna in questa regione dell'Uganda partorisce in media almeno sei volte

di Maurizio Cattaneo
da Kalongo, Uganda

 

Quanto serve per salvare un bimbo? Poco più di 250 euro, il costo di una operazione. E cento bambini? Circa 800 euro, la cifra per comprare una incubatrice. Ma anche solo un pannolino in più, dal costo irrisorio, migliora le condizioni igieniche e contribuisce alla salvezza di migliaia di piccole vite. Siamo a Kalongo, Uganda del Nord, ai confini del mondo. La strada asfaltata più vicina è a oltre 150 chilometri. Piccoli villaggi di capanne e qualche costruzione in mattoni grezzi solo lungo le arterie principali, che poi sono poco più grandi che mulattiere. Qui la lunga guerra civile ha colpito duramente ed oggi oltre alla povertà, alla malnutrizione e ad ogni genere di malattie c’ è anche il problema dell’arrivo di decine di migliaia di profughi dal Sud Sudan.

 

Un enorme campo è a Gulu a cento di chilometri ma voci insistenti parlano di una nuova struttura anche qui. In questa sperduta regione africana, grande due volte l’Italia c’è un «miracolo» comboniano, l’ospedale fondato da Padre Giuseppe Ambrosoli negli anni ’50. Dopo aver preso i voti, la laurea in medicina e la specializzazione a Londra Padre Giuseppe aveva atteso la sua destinazione. E da Verona era giunta la risposta: serviva un medico in un lontano dispensario in Uganda. Da allora quell’avamposto di cura, grazie alla determinazione di quel frate, era cresciuto sino a diventare un ospedale modello che oggi assiste circa 50mila persone all’anno. Forte del motto di Padre Comboni (che non dispiace a tanti politici nostrani...) ovvero che «l’Africa si salva con gli africani», Padre Giuseppe aveva anche fondato una scuola di ostetricia che negli anni ha diplomato migliaia di ragazze e che oggi è considerata la migliore scuola africana del settore. Ospedale e scuola oggi sopravvivono grazie all’azione della nipote, Giovanna Ambrosoli, ultima generazione degli imprenditori del miele. Siamo arrivati a Kalongo con un piccolo aereo partito da Entebbe e atterrato su una pista sconnessa. Un atterraggio non certo morbido, ma meno problematico della tappa precedente a Lira quando, causa la nebbia, il pilota pur volando pericolosamente all’altezza degli alberi non era riuscito per quasi mezz’ora a trovare dove far posare il velivolo. L’ accoglienza è di quelle che avvengono solo a queste latitudini: centinaia di bambini sorridenti e curiosi che assediano la pista. Percorriamo un piccolo sentiero accanto alla chiesa ed entriamo nell’ospedale. L’approccio è di quelli che lasciano senza fiato. Qui inferno e santità si mescolano. L’inferno delle malattie e della morte che si legge nei volti delle tante, troppe giovani ragazze con i loro bimbi aggrappati alle vesti. E la santità di coloro che prestano servizio di cura a tutti i livelli e che combattono la battaglia quotidiana per dare speranza in questo pozzo di disperazione. All’aperto, sotto gli alberi, in ripari di fortuna, stazionano per giorni e settimane i parenti dei pazienti. All’interno una sofferenza composta e mai manifesta. Poche lacrime, anche dei bimbi, poche carezze o gesti compassionevoli. La voglia di vita è tanta, ma il rapporto con la morte è così quotidiano da risultare come accettato.

 

IN TRINCEA, nella battaglia contro la morte, molti medici italiani e soprattutto tanti africani. «Perché - ci spiega Tito Squillaci, pediatra all’ospedale di Locri, da un anno a Kalongo - è fondamentale che l’ospedale funzioni con persone del posto». «Quello che è inaccettabile invece è che un bimbo muoia di povertà - dice - quando vedo i bambini spegnersi per patologie da noi curabilissime non lo posso accettare». Tito ci conduce in reparto. I piccoli lettini sono vuoti. Le mamme con i figli sono stesi a terra ed abbracciati. Sono le mamme canguro e cercano con il proprio calore di scaldare i piccoli che sono nati prematuri. Il dottor Tito allarga le braccia: «Abbiamo una sola incubatrice, non basta». Però guarda avanti. «Molte malattie sono in calo. Ma si muore di malaria, encefalite virale, cardiopatie, insufficienze renali, oltre alle malattie infettive ed all’hiv». «Chi nel nostro Paese è contro i vaccini dovrebbe vedere i bimbi morire di morbillo, di tetano o i piccoli che si trascinano a quattro zampe per terra per i danni dovuti alla polio...». Tito Squillaci era già stato a Kalongo trent’anni or sono, e ci torna sempre più stabilmente. In un Paese dove il parto è una sfida con la morte, dove una ragazza di 20 anni nella media ha già tre figli, dove la mortalità infantile è altissima e la vita media è attorni ai 45 anni la presenza anche di un solo medico è fondamentale. Arriviamo a quella che dovrebbe essere la terapia intensiva della maternità. In realtà solo un locale come gli altri con un piccolo lettino aperto su tre lati e qualche macchinario. Una apparecchiatura è appena giunta: monitora la frequenza cardiaca e l’ossigenazione del sangue. La giovanissima madre è lì accanto. Immobile «È un bimbo prematuro - spiega Squillaci - un gemello. Il fratellino sta bene». Purtroppo il bimbo non ce la farà. «Ma moltissimi vincono la propria battaglia - aggiunge Tito - e quello che spiace è che qui si può fare moltissimo con pochissimo. Una operazione costa 250 euro che però sono i soldi che qui un uomo guadagna in dieci anni di lavoro. E a volte noi non possiamo approfondire le analisi perché mancano apparecchi da pochi euro o i reagenti». Parliamo di bambini, la fascia più debole, ma a Kalongo giungono donne da tutta l’Uganda del Nord per un parto sicuro. Chiedo di quelli che cercano di venire in Europa. «Intanto qui arrivano persone che conoscono a malapena la geografia del proprio Paese. Neppure sanno dov’è Kampala, figuriamoci l’Europa - dice Tito - la solidarietà è fondamentale ma in generale credo che l’Italia abbia ragione nel protestare. Non possiamo restare soli di fronte a un problema enorme. Se ci fossero quote per ogni Paese non sarebbe un problema così grosso. Altrimenti l’Ue che ci sta a fare? E in ogni caso, come diceva Comboni, invece di sfruttare l’Africa bisogna porre le condizioni perché la gente possa vivere qui». •

Maurizio Cattaneo
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