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10.10.2008

Qui i drammi dei gerarchi e di J.L. Dozier


 Il plotone d’esecuzione che fucilò Ciano
Il plotone d’esecuzione che fucilò Ciano

Quartiere Catena o Navigatori. Un rione che, seppure appartato, è entrato nella storia di Verona, in più occasioni. Conta poco più di tremila residenti ed è delimitato dall'ansa dell'Adige, tra il ponte del Saval e il ponte Catena, e da viale Colombo fino all'incrocio con via Pancaldo.
IL QUARTIERE. Il quartiere è nato negli anni Settanta, attorno alla caserma di Forte San Procolo, struttura militare e difensiva costruita dagli Austriaci nel 1840-'41. È un rione moderno con palazzoni di sei piani, senza nessuna uniformità architettonica. È denominato Navigatori, in quanto le sue vie sono tutte dedicate ai viaggiatori ed esploratori navali del Cinquecento (Magellano, Vasco de Gama, Querini, Pigafetta, Da Mosto), ma è anche chiamato Catena per il vicino ponte, opera dell'architetto Dezzutti di Torino, costruito dall'impresa Bertelè, che iniziò i lavori nel dicembre del 1928.
IL PONTE CATENA. Lungo poco più di 112 metri, largo 14, è alto 8 metri dal greto del fiume. In cemento armato, consta di tre arcate: quella centrale è di 38 metri e mezzo, mentre le due laterali misurano 34 metri e mezzo. L'opera venne a costare un milione 750 mila lire. Fu inaugurato il 27 ottobre 1929. Minato dai soldati tedeschi il 25 aprile del '45, come gli altri ponti cittadini fu fatto esplodere: cadde l'arcata di mezzo e fu danneggiata quella di sinistra. La sua ricostruzione fu immediata: fu il primo ponte ad essere aperto, il 15 agosto 1946.
CRONACA NERA. Due episodi della storia più tragica e la cronaca nera recente più drammatica hanno avuto il quartiere Catena come sfondo. Il primo è legato all'esecuzione dei gerarchi fascisti, accusati di alto tradimento nei confronti di Mussolini. Era l'11 gennaio del 1944, quando sugli spalti di Forte Procolo vennero fucilati i membri del Gran Consiglio del Fascismo, che il 25 luglio del '43, avevano votato la deposizione di Mussolini e che, il giorno prima, nel processo di Verona a Castelvecchio erano stati ritenuti colpevoli: erano il generale Emilio De Bono, il conte Galeazzo Ciano, genero di Mussolini ed ex ministro degli esteri), Giovanni Marinelli, Carlo Pareschi e Luciano Gottardi. Di questo forte abbiamo parlato nella puntata precedente.
IL RAPIMENTO DOZIER. Il secondo fatto di cronaca e di storia è meno terribile del precedente per il lieto fine, ma ha costituito una drammatica pagina della nostra storia recente: il sequestro Dozier. Il 17 dicembre del 1981, le Brigate Rosse rapivano, proprio nel suo appartamento di lungadige Catena 5, il generale James Lee Dozier, sottocapo di Stato maggiore e amministrativo della Setaf di stanza a Verona. Per più di un mese, Verona visse tra posti di blocco e perquisizioni, in un'atmosfera allucinata di angoscia e di paura. Le indagini portarono alla liberazione del generale il 28 gennaio '82 a Padova, con un brillante blitz delle forze dell'ordine. Fu uno degli ultimi sequestri delle Br e la liberazione del generale americano fu salutata, con troppo affrettato ottimismo, purtroppo, come la sconfitta definitiva del terrorismo.
STORIA RECENTE. Per quanto riguarda il quartiere, il suo centro può essere considerato il piazzale della chiesa parrocchiale che dà sull'ingresso in via Magellano, anche se l'orientamento è diverso, dell'ex forte Procolo, che è sede del Tiro a segno nazionale. La parrocchia è dedicata allo Spirito Santo ed è stata eretta il 15 novembre 1971, su progetto dell'architetto Marcello Zamarchi. Di recente il quartiere si è ulteriormente sviluppato e, nell'area verso il ponte del Saval, si è formato il complesso residenziale di Corte Pancaldo, sede, fra l'altro, della società dell'Hellas Verona.
CORTE PANCALDO. Nella zona di Corte Pancaldo, fin dall'Ottocento, ma allora in piena campagna, è sorto il cimitero militare austroungarico, costruito nel 1851 e destinato ai militari ed ai civili dell'Amministrazione asburgica che risiedevano a Verona. Allora, la guarnigione austriaca di stanza in riva all'Adige era piuttosto numerosa: arrivò a toccare le 35 mila persone, in una città, come era la Verona del primo Ottocento, che contava 56 mila abitanti. Il terreno destinato al cimitero militare allora apparteneva al Comune di Chievo, che era autonomo, ed era di 12.145 metri quadrati. Il camposanto accolse numerose salme soprattutto durante la seconda e la terza guerra d'indipendenza (1859 e 1866), pare anche di militari italiani. Poi Verona venne annessa al Regno d'Italia e dal 1867 il cimitero venne abbandonato e spogliato dei cancelli, delle croci e di ogni ornamento. Dopo alcuni anni di completo abbandono, nel 1881 fu restaurato e venne costruita una casetta per il custode, con finanziamenti diretto da Vienna.
CIMITERO AUSTROUNGARICO. Il cimitero austroungarico rimase l'ultimo lembo di Austria in una città italiana: tanto che, dopo la prima guerra mondiale, vennero sepolti i soldati ed i prigionieri austriaco-ungarici. Le tombe arrivarono a 5.684. Seguirono altri anni di completo abbandono: il camposanto era invaso dalle sterpaglie, al punto che, di fronte alla grande espansione dei vicini quartieri Navigatori e del Saval, si propose la sua eliminazione, per far posto ad altri palazzi. Ma, a partire dagli Anni Ottanta del Novecento fino al '94, vennero avviati continui restauri da parte dei giovani vigili del fuoco volontari dell'Alta Austria, parzialmente finanziati dalla Croce Nera austriaca, una associazione che si propone di tenere viva la memoria dei soldati austriaci e di curare le sepolture anche all'estero.
RESTAURI. Un primo intervento fu fatto dall'86 all'88: sono state riesumate le salme dei soldati e con esse sono venuti alla luce parecchi resti di cui molti non identificati. I resti non identificati sono rimasti al loro posto, così come molti oggetti ritrovati durante il restauro. Una lapide ricorda una Carlotta e qualcuno sostiene si tratti di Carlotta Aschieri, la sfortunata giovane uccisa da un soldato austriaco al caffe Zampi di piazza Bra, proprio durante i festeggiamenti per l'arrivo a Verona delle truppe italiane. Dieci anni più tardi, nel '99, è divenuto necessario svolgere un nuovo intervento di sistemazione sempre da parte dei giovani vigili del fuoco austriaci. Oggi, il cimitero, segnalato da una modesta indicazione sul ponte del Saval, si presenta come un vasto prato cosparso di piccole lapidi tutte uguali, circondato, da un muro di pietra sul quale vi sono altre lapidi. A questi morti ormai lontani nel tempo ha dedicato versi struggenti Sandro Baganzani, grande e dimenticato poeta veronese del primo Novecento.

Emma Cerpelloni
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